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Partecipo a un club studentesco: chi ha trovato lavoro racconta i vantaggi nascosti

📅 22 Agosto 2026✍️ di Margherita Corani⏱️ 5 min di lettura

Tra uno scatolone e l’altro, da Pavia a Napoli passando per Bologna, ho visto studenti trasformare un club universitario in un trampolino di lancio. L’ho visto in dormitorio, tra coinquilini rumorosi e sere a fare budget su foglietti volanti. Qui raccolgo cosa funziona davvero, cosa no e come massimizzare il ritorno quando il tempo e i soldi sono contati.

Vale davvero la pena iscriversi a un club universitario per trovare lavoro?

Sì, se il club produce progetti reali e contatti verificabili con il mondo esterno. Le esperienze di chi ha già firmato un contratto mostrano che eventi, case study e ruoli interni accelerano colloqui e referenze. Non basta però “esserci”: contano output misurabili e responsabilità chiare.

Nei club più solidi ho visto studenti gestire sponsor, organizzare conferenze, lanciare podcast o mini-hackathon. Sono attività che finiscono nel portfolio e diventano storie concrete in sede di colloquio. I recruiter apprezzano la capacità di coordinarsi in team e rispettare scadenze: due elementi che l’aula spesso non allena a sufficienza. Se il club ha un albo alumni attivo, il passaggio da candidatura a intervista si accorcia.

Quali competenze pratiche si imparano davvero in un club?

Project management, comunicazione efficace e uso di strumenti operativi sono i mattoni principali. Le “soft skill” diventano osservabili: guidare una riunione, gestire conflitti, chiudere un evento in budget. E arrivano anche “hard” utili: fogli di calcolo, tool grafici e piattaforme collaborative.

Nelle realtà più organizzate ho visto task su Trello o Notion, budget su Excel, grafiche su Canva, codici su GitHub per i team tech. Si impara a scrivere email professionali, preparare un preventivo, definire KPI e fare retrospettive. Chi coordina comunicazione o fundraising impara basi di CRM e reportistica. È l’ABC che fa la differenza nel primo tirocinio e riduce il tempo di onboarding.

Come faccio networking in un club senza sembrare opportunista?

Offri valore prima di chiedere. Prepara domande specifiche e di’ chiaramente cosa stai cercando. Chiudi ogni incontro con un follow-up breve e un ringraziamento.

Funziona così: ti proponi per moderare un panel o per curare le note di un workshop; alla fine chiedi due consigli pratici su come entrare nel settore X. Dopo 24 ore, invii un messaggio su LinkedIn con tre righe e un takeaway dell’incontro. Le persone ricordano chi semplifica loro la vita. Se il club ospita aziende, chiedi mini-brief operativi e consegna in tempi rapidi: meglio una pagina ben fatta che 20 confuse. È networking operativo, non chiacchiere.

Quanto conta l’esperienza nel club sul curriculum e su LinkedIn?

Conta se è quantificata, recente e rilevante per il ruolo che cerchi. Scrivi risultati misurabili e tecnologie usate, non solo responsabilità generiche. Inserisci parole chiave coerenti con le job description.

Sul CV, preferisci bullet come “Coordinato 12 volontari, +35% partecipanti evento, budget 1.800€” rispetto a “Responsabile eventi”. Su LinkedIn, attiva la sezione Progetti e allega slide, link o repo. Se il club ha visibilità di ateneo, chiedi una breve referenza al docente referente. Due righe di una persona riconoscibile spostano l’ago della bilancia nelle ricerche dei recruiter.

Meglio puntare a una carica o a progetti concreti?

All’inizio, progetti concreti battono titoli. Dopo il primo semestre, una carica ha senso se ti permette di decidere budget, priorità e processo. L’obiettivo è massimizzare l’apprendimento e gli output presentabili.

La combinazione ideale che ho visto funzionare è: tre mesi come contributor su un progetto con consegna chiara; poi candidatura a una carica con mandato e OKR definiti. Se la carica è solo “cerimoniale”, valuta di restare su task a impatto: guide, campagne, partnership. Nel colloquio, conta raccontare “come hai cambiato un processo” più che “che titolo avevi”.

I club aiutano a cambiare città o settore dopo la laurea?

Sì, grazie alle reti alumni e alle collaborazioni con festival, incubatori e aziende. Eventi nazionali e programmi internazionali ampliano il raggio d’azione. In alcuni casi agganci tirocini facilitati o bandi.

Quando da Milano mi sono spostata a Bari per un master, ho sfruttato contatti conosciuti in un club di comunicazione per scovare case study locali. Ho visto compagni guadagnare accesso a call di Erasmus+ e scoprire opportunità di tirocinio legate a Garanzia Giovani. In pratica: chiedi al club la lista alumni per città, organizza un caffè di 20 minuti, prepara un pitch di 90 secondi e due domande mirate. La prossima base logistica può nascere da un messaggio ben scritto.

Come scelgo un club serio ed evito perdite di tempo?

Cerca statuto chiaro, calendario pubblico e report delle attività passate. Valuta sponsor, tutor accademici e frequenza degli output. Scarta chi promette molto e non documenta risultati.

Segnali positivi: bilancino delle spese, debrief post-evento, passaggi di consegne scritti, repository condivisa. Red flag: riunioni infinite senza task, “si è sempre fatto così”, leadership opaca. Chiedi di vedere un documento consegnato a un partner e il retro-planning dell’ultimo evento: in 10 minuti capisci se la macchina gira o se è solo social.

Quante ore alla settimana dedicare senza rovinare gli esami?

Quattro-sei ore sono sostenibili per la maggior parte degli studenti, con picchi pre-evento. Pianifica sprint brevi e proteggi le settimane rosse prima degli esami. Se superi le otto ore stabili, rinegozia il carico o esci da un progetto.

Uso una griglia semplice: verde (≤4h), giallo (5-6h), rosso (≥7h). Inserisci il club nel calendario come corso: slot fissi, timeboxing e un “done list” settimanale. Nei mesi caldi, riduci meeting e lascia solo task asincroni. In dormitorio ho imparato che la concentrazione è una risorsa scarsa: meglio due ore profonde che cinque spezzettate alle 23.

Come misuro l’impatto del club quando cerco lavoro?

Trasforma attività in numeri e storie brevi. Prepara un micro-portfolio con tre progetti e una riga di impatto per ognuno. Chiedi una referenza specifica su un risultato, non generica sulla “bravura”.

Checklist: KPI (partecipanti, euro raccolti, lead generati), ruolo e responsabilità, cosa hai cambiato, tool usati, lezione imparata. In colloquio, usa lo schema situazione-azione-risultato. Se puoi, mostra un prima/dopo o una slide con i dati: toglie ambiguità e accelera la fiducia. E ricorda: impatto è anche un processo ottimizzato, non solo grandi numeri.

Hai domande rapide sui club studenteschi?

  • Posso entrare al secondo anno?
    Sì, molti club hanno recruiting a cicli e onboarding trimestrale.
  • Serve una media alta?
    Non sempre: contano affidabilità, motivazione e risultati consegnati.
  • I club online valgono?
    Sì, se producono output verificabili e collaborazione strutturata.
  • Un club può sostituire uno stage?
    No, ma lo anticipa e rende più forte la candidatura allo stage.
  • Posso fondare un nuovo club?
    Sì: verifica regolamento d’ateneo, trova un docente referente e scrivi lo statuto.

Margherita Corani

Margherita ha girato l'Italia per frequentare diversi corsi universitari, accumulando esperienze tra dormitori, coinquilini improbabili e cambi di città. Oggi condivide dritte su traslochi, gestione delle spese e adattamento alle nuove realtà accademiche.