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Come una semplice conversazione tra amici può trasformarsi in una piccola intervista. La mia carissima amica Mariangela è nata e cresciuta tra le montagne del Trentino e, dopo gli studi universitari in infermieristica pediatrica, ha iniziato con entusiasmo il suo lavoro di infermiera. Qualche anno fa, ha avuto l’opportunità di fare una breve esperienza di volontariato in un piccolo villaggio della Tanzania e da tempo volevo farle qualche domanda riguardante questa sua avventura… beh, finalmente siamo riusciti a parlare con calma della sua esperienza africana e voglio condividere questa nostra chiacchierata con tutti gli StudentiFuori.

Quali sono le competenze richieste per un’esperienza di volontariato in Africa?

La maggior parte delle Associazioni richiede una formazione sanitaria, quindi soprattutto figure professionali come infermieri, ostetriche o fisioterapisti. Tuttavia, ne esistono altre che richiedono una formazione nell’ambito dell’educazione, ad esempio per l’insegnamento della lingua inglese. Per questo è opportuno, per chi intende fare questo tipo di esperienza, trovare l’Associazione che offra un servizio il più possibile correlato al proprio ambito di studi o lavorativo, perché ognuna opera in diversi aspetti del volontariato: alcune sono più attive in ambito sanitario, altre operano nel campo dell’educazione, altre si occupano di trasportare viveri nei vari villaggi, eccetera.

E’ importante sapere che Medici Senza Frontiere o Emergency sono completamente off limits per gli studenti: esse richiedono infatti un master in medicina tropicale, una buona conoscenza delle lingue straniere e, in ogni caso, una buona esperienza pregressa, soprattutto nei settori più richiesti, come medicina d’urgenza, rianimazione e pediatria. Inoltre, queste Associazioni richiedono come minimo tre mesi di permanenza sul posto, cosa che non sempre è possibile per chi studia o lavora.

Qual è l’approccio della popolazione locale nei confronti dei volontari?

Quasi tutte le persone con cui ho avuto a che fare erano abituate alla presenza dei missionari e la popolazione locale ci ha subito accolti con cordialità: tutti ci salutavano chiamandoci nzungu (che significa “bianco”), mentre i bambini ci chiedevano pipi (che significa “caramelle”). Infatti, nel luogo in cui ho fatto volontariato, la mia Associazione (nonostante fosse laica) si appoggiava a un prete, che di fatto era un po’ la “guida” del villaggio e assegnava ai locali i lavori da svolgere. Quindi, tutti giravano intorno alla figura di questo prete che veniva visto quasi come un capo e ognuno si presentava regolarmente a messa.

Io ho avuto l’impressione che gli africani fossero più predisposti, rispetto a noi, ad assimilare nuove informazioni, forse anche grazie alla loro estrema umiltà e al fatto che gli occidentali vengano spesso visti come persone che hanno qualcosa di buono da insegnare. Quando questa gente ci ascoltava, lo faceva quasi come se noi fossimo dei maestri, ma purtroppo, però, la loro efficienza sussisteva solo finché noi eravamo presenti: nel momento in cui ci assentavamo per qualche tempo, tutto veniva trascurato totalmente. Insomma, il nostro aiuto veniva accettato di buon grado, ma la loro scarsa capacità organizzativa impediva che il lavoro fosse portato avanti in maniera autonoma da parte loro.

Quanto è percepibile per un volontario l’impatto dell’HIV in Africa e quanto sono consapevoli gli africani di questa epidemia?

Il villaggio in cui mi trovavo è stato relativamente “fortunato” sotto questo aspetto, perché le persone sieropositive erano meno di quante mi sarei aspettata di trovare in Africa. A questo proposito, posso raccontare un aneddoto interessante: durante un incontro organizzato per i giovani volontari nella regione in cui mi trovavo, ho avuto modo di conoscere un giovane prete, Padre L., una persona straordinaria e molto aperta, che si è confrontato con noi riguardo la complessità della questione HIV in Tanzania. Padre L. ci ha confessato che lui – personalmente – rendendosi conto della gravità della situazione, sarebbe fortemente tentato di consigliare ai suoi ragazzi di usare il preservativo, ma purtroppo ciò non è possibile: il vescovo locale lo verrebbe a sapere dopo poco tempo e Padre L. verrebbe presto cacciato dalla missione. Quindi, proprio per questo motivo c’è una forte difficoltà nel far capire l’importanza dei metodi contraccettivi.

Gli abitanti del luogo non hanno la più pallida idea di cosa sia l’HIV e di cosa significhi la trasmissione sessuale. Purtroppo, mentre nel nostro mondo diamo per scontata la salute, in Africa viene data per scontata la morte: ho avuto a che fare col decesso di una bimba in Tanzania e sono rimasta impressionata da come un evento per noi così tragico e doloroso sia vissuto dagli africani come qualcosa di normale, quasi di routine. Per me è stato incredibile non vedere il dolore nei loro volti e nelle loro parole di fronte a un episodio simile.

Volontari in Africa

Quanto è impegnativa questa esperienza da un punto di vista prettamente fisico?

Nonostante la nostra giornata iniziasse abbastanza presto, era comunque difficile stancarsi molto perché, per quanto noi volessimo darci da fare, dovevamo adeguarci ai ritmi locali, che sono davvero molto lenti. In Tanzania, la filosofia di vita si può riassumere con pole pole, che significa “piano piano”: la vita lì trascorre in maniera estremamente tranquilla, al contrario di ciò che accade nel nostro mondo frenetico.

Molto diverso è il discorso in ambito sanitario e alimentare. Noi siamo stati fortunati perché, vivendo insieme al prete, avevamo addirittura la possibilità di mangiare la carne una volta a settimana, mentre normalmente l’alimentazione é a base di ugali (una sorta di polenta bianca) e fagioli, per cui i bambini hanno spesso delle gravi carenze proteiche.

A tal proposito, vi racconto un aneddoto: un venerdì è stata portata al villaggio la carcassa di una mucca. Tralasciando le pessime condizioni igieniche in cui essa è stata trasportata, ciò che più mi ha colpito è che la carne sia poi stata conservata all’aria aperta, per poi essere consumata di domenica, cioè ben due giorni dopo! Vi lascio solo immaginare quali conseguenze possa avere avuto l’ingestione di questa carne sul mio intestino…a quel punto, mi sono presa un bel po’ di Imodium e ho tirato avanti.

Cosa hai imparato in più durante la tua permanenza in Africa, rispetto a ciò che hai appreso durante i tuoi studi nella Facoltà di Infermieristica?

Innanzitutto, ho imparato ad arrangiarmi con il minimo indispensabile: in Tanzania avevamo a disposizione una varietà molto ridotta di farmaci, rispetto all’ampia scelta che abbiamo qui in Italia. D’altra parte, una cosa davvero fantastica è stato osservarne l’enorme efficienza sui pazienti africani, che non erano MAI stati curati con quei farmaci, mentre noi europei siamo ormai talmente abituati alla loro assunzione da essere diventati farmacoresistenti e rispondiamo molto meno all’azione dei principi attivi.

Oltre che per chi studia o ha studiato in ambito sanitario, credi che questa esperienza possa essere utile anche per ragazzi che hanno intrapreso un altro tipo di formazione?

Direi che, a livello strettamente personale, un’esperienza simile è bellissima per chiunque, perché ci porta a conoscere un mondo e una cultura completamente diversi da ciò a cui siamo abituati. Tuttavia, secondo me rimane un’esperienza fine a se stessa: mi sono resa conto che ciò che un volontario va a fare è, di fatto, quasi inutile a livello concreto perché il giorno dopo la nostra partenza per tornare in Italia, tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle era rimasto esattamente come prima e nulla era cambiato, dato che la gente del luogo è abituata a fare tutto senza la minima organizzazione e si perde in un bicchier d’acqua nel momento in cui viene a mancare una supervisione esterna.

Per quanto si possa essere intraprendenti, è davvero arduo modificare lo stile di vita della popolazione locale e portare un cambiamento duraturo: insomma, è difficile arrivare in una terra straniera e imporre alla gente una mentalità diversa, portandola a fare le cose in un modo totalmente differente da quello a cui era abituata e che – tutto sommato – la lasciava soddisfatta. E’ anche difficile cambiare il modus operandi dei preti, che gestiscono quasi tutte le attività di volontariato. Proprio per questo, mi sento di dire che, se il raggiungimento di un cambiamento è già molto difficile per chi opera in ambito sanitario, ancora di più lo è per chi si occupa – per esempio – di scienze politiche, per cui ci si confronta non tanto con realtà locali, ma con entità molto più grandi e distanti da ciò che concretamente ci troviamo di fronte in Africa. Insomma, l’esperienza è consigliata a tutti, ma non bisogna credere di poter cambiare il mondo.

Ghanaian kids thumbs up

Cosa, secondo te, cosa possiamo migliorare per dare un aiuto più efficace alle popolazioni africane?

Per prima cosa, secondo me è importante che il continuo “ricambio” dei volontari assicuri comunque una continuità nell’assistenza: insomma, è necessario che, alla partenza di un volontario, ne arrivi immediatamente un altro per sostituirlo, perché le persone in Africa sanno anche essere efficienti, ma hanno estremo bisogno di una guida e non farebbero niente per cambiare la situazione senza ricevere indicazioni dall’esterno.

Inoltre, molte Associazioni in Africa tendono a costruire strutture o a fornire materiali che la popolazione locale non sa assolutamente utilizzare in maniera corretta. Sarebbe utile che qualcuno istruisse la gente del luogo su alcune norme davvero semplici: ad esempio, pulire correttamente i ferri chirurgici o conservare adeguatamente i farmaci. Insomma, è abbastanza inutile fornire macchinari all’avanguardia, se le persone del posto non sono in grado di farne un uso corretto, perché nel momento in cui viene meno il sostegno dei volontari, gli africani non sanno usare queste attrezzature e la situazione torna al punto di partenza. Meglio dare un’istruzione adeguata, piuttosto che sprecare i soldi nella fornitura di materiali o nella costruzione di strutture che la gente locale non sa usare nel modo giusto.

Cosa consiglieresti a coloro che desiderano intraprendere questa avventura?

Innanzitutto, consiglio di non partire da soli, soprattutto per potersi sfogare e trovare un sostegno nelle situazioni più difficili e frustranti. Inoltre, informatevi bene per quanto riguarda i circuiti bancari, perché non tutte le carte o i bancomat vengono accettati nel luogo in cui si va a finire. Infine, cercate informazioni precise sui vaccini, visto che lo Stato ha ben pensato di renderli non più obbligatori ma solo consigliati, in modo che essi siano totalmente a spese della persona che vuole partire. Io, personalmente, ho fatto i vaccini per la febbre gialla e l’epatite A, oltre che la prevenzione per la malaria. Detto questo, faccio un grosso in bocca al lupo a tutti coloro che, come me, decideranno di imbarcarsi in questa incredibile esperienza!


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