Condividi con i tuoi amici!

Dopo anni di iPhone, è successo anche a me: il mio bellissimo smartphone mi ha abbandonato. Mail, WhatsApp, social network… Tutto sfumato in un buco nero che sostanzialmente è il mio schermo. “Telefonino svampato segnò” direbbe un comico della tv. Io invece, panico. Cerco per casa smartphone in disuso.

Ah ecco, uno l’ho trovato… Provo a caricarlo. Si spegne. Ci riprovo. Si spegne. E in quel momento mi accorgo che il telefonino in questione era quello che dovevo portare a riparare quando è arrivato quello nuovo, “che metti caso questo si rompesse…”. Ovviamente non l’ho fatto, per un risultato di due telefoni rotti e zero modi di comunicare con l’esterno. Esco di casa e mi lancio in un mega store alla ricerca del classico telefono scemo: cerco quello che costa meno, tanto il tizio del negozio mi ha detto che tra una settimana il mio ritorna. Trovato! Trenta euro di magnifica durevolezza rossa. Più un’altra piccola spesa per il convertitore di SIM, perché, com’è chiaro, telefono figo, scheda diversa. Esco dall’iperstore soddisfatta del mio nuovo acquisto e vado a casa ad analizzare il mio nuovo oggetto.

Come diavolo si apre questo robo?

Primo step per testare l’oggetto: aprirlo. Cerco pulsantini a scatto per mezz’ora, timorosa che la mia indelicatezza rompa il nuovo gioiello. Dopo svariati tentativi, mi arrendo e prendo il libretto delle istruzioni. Non so perché, ma la mia totale inettitudine con tutto ciò che è tecnico mi fa sentire al pari di un ingegnere quando riesco nelle mie piccole-grandi battaglie quotidiane. Disincastro la cover. Inserisco con precisione chirurgica la minisim nel rivestimento della microsim. Impreco perché ho sbagliato involucro. Cambio involucro. Inserisco la SIM così composta nel telefono. Inserisco la batteria – erano anni che non ne vedevo una. Tappo il telefono. Lo collego alla presa. Si accende, musichetta polifonica, lo schermo si illumina, la risoluzione è bassa ma lui E’ VVVVVIVO!!!!!!

Una settimana senza smartphone: telefoni preistorici e riflessioni moderne

Non si surfa senza wifi

Inizio a prendere confidenza con l’arnese, che dopo 5 minuti in carica mi avvisa di essere carico. Ne esploro le funzioni, le cartelle, parto alla ricerca dell’elemento fondamentale dell’odierno cellulare: INTERNET. Lo trovo, provo a connettermi al server… Dopo 5 minuti ancora nessuna risposta. “Chessaràmmorto?” penso io. Dopo questa lunga attesa rinuncio e mi metto a cercare tra le impostazioni “connetti wifi”. Sì, sicuramente la cosa più logica. Scorri giù. Scorri giù. Scorri giù. Dopo qualche scorrimento ritorno alla prima opzione. Riprendo il manuale distruzione (licenza poetica) e mi rendo conto con sconforto che il buon telefono non ha disponibilità wifi. Ottimo. E’ arrivato il momento di accendere il pc e comunicare a tutto il social mondo la mia momentanea assenza dalla rete. “Ciao WhatsApp, Andrea”.

Inizia la settimana all’antica

Andare in giro portando fiera il mio bellissimo telefono dell’anteguerra mi dava quella spinta di attitudine un po’ retro che giusto gli hipster sanno maneggiare: mentre cerco di destreggiarmi nell’uso del t9 (tu non sai quanto sia difficile scrivere hihi quando il tuo telefono si fissa su un fantomatico gigi, di ignota provenienza) con l’aria di una sinistra persona dalle losche movenze, incontro amici (reali) cui devo giustificare la mia noncuranza nei loro confronti: “Ho il telefono rotto… Guarda!” il disappunto nei loro occhi si tramuta in compassione, per me, giovane tecnotossica in astinenza.
L’attesa è il momento peggiore. Aspetti per entrare a ricevimento: guardi lo schermo del tuo telefono e riconosci che l’emozione più grande che esso può darti è mostrarti come i minuti cambino ogni 60 secondi. Umanamente stimolante. Tuttavia quanto non avrei mai detto è che, dopo i primi giorni di sconforto questo povero telefono scemo inizia a darmi qualche soddisfazione…

Alla fine…

Dopo qualche tempo mi sono resa conto che la realtà si presentava meglio che lo schermo del mio smartphone: basta gruppi di WhatsApp, basta notifiche di Facebook, basta likes su Instagram. E l’ossessione social inizia un po’ a scemare. Il telefonino scemo rimane nella borsa, anziché starmi vicino sul tavolo. Il selfie (che non mi è mai stato particolarmente simpatico, ma “ogni tanto ci sta”) non è proprio cosa per la mia fotocamera scema. E queste cose mi piacciono assai, ora che mi ci sono abituata…

Purtroppo il mio tempo in rehab sta per scadere, e senza fomentare false illusioni, sicuramente a breve mi ritroverò torva sul mio schermo a Xmila megapixel, a rispondere a mail talmente importanti da non poter aspettare un’ora, a condividere cose con i miei Ymila amici di Facebook e vedere quanti “mi piace” riesce ad ottenere il mio post così brillante.

Però questo momento di distacco dalla mia macchina, che sembrava indispensabile, non mi è dispiaciuto: riscoprire la solitudine attraverso un piccolo apparecchio rosso è stato positivo, sentire lo scricchiolio dei tasti, non scrivere giusto per farlo ma con un motivo (perché gli SMS, non dimentichiamocelo, costano)… Sono state tutte sensazioni che mi hanno fatto riflettere su quanto sia strano il nostro mondo di smartphonnari. E che magari – lo dubito ma non si sa mai – mi faranno diventare una smartphonnara più consapevole.

Quindi adesso ti sfido: perché non provi anche tu il telefono scemo?

Una settimana senza smartphone: telefoni preistorici e riflessioni moderne

Foto di: magic_quote, Adrian Black e PDPics

Condividi con i tuoi amici!