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Puntualissimo per San Valentino, arriverà al cinema “Cinquanta sfumature di nero”. Ma alla scorsa edizione del Torino Film Festival c’è stato qualcosa che sembra essere molto meglio, volendo restare sul sadomaso. Una padrona, Cynthia, elegante e austera entomologa, e la sua schiava Evelyn giovane e avvenente cameriera, legate da una routine di punizioni sadomaso, inflitte dalla padrona a causa degli errori nella cura della casa da parte della giovane. Questo appare essere dalle prime scene, The Duke of Burgundy, il film scritto e diretto da Peter Strickland e presentato in concorso al 32° Torino Film Festival. Dietro quest’apparente semplicità si nasconde molto di più.

Schiava e padrona

Un’intensa storia d’amore tra due donne dove, però, l’amore non è sufficiente da solo per superare la monotonia della vita quotidiana. La relazione è quindi arricchita da “giochi” a sfondo sessuale dove però i ruoli reali sono ribaltati rispetto alla realtà: Cynthia, la padrona, interpreta il suo personaggio seguendo le ferree direttive scritte ogni mattina dalla sua amata, catapultandosi in una dinamica che rende schiava la padrona e padrona la schiava.
Il tutto avviene in una bellissima villa immersa nel verde e piena di rare farfalle imbalsamate, inframezzato allo studio degli insetti e a conferenze su questi, al limite del grottesco. Il film è un chiaro omaggio del regista al melodramma erotico italiano degli anni ’70, ma con chiari riferimenti e citazioni a Luis Buñuel e Joseph Losey.

Premiato al festival

Il risultato è un film stilisticamente perfetto, grazie anche ad una fotografia straordinaria curata da Nic Knowland e ad un’avvolgente e conturbante colonna sonora. Ottima la prova delle due attrici protagoniste: Sidse Babett Knudsen (Cynthia), vincitrice del premio di “Miglior Attrice” al Festival e l’italiana Chiara D’Anna (Evelyn). Curiosamente, per scelta del regista, tutto il cast era completamente femminile.
Un elemento molto interessante è costituito dalla presenza nei titoli di testa dei profumi utilizzati durante il film, quasi come se il regista volesse arrivare ad ampliare l’esperienza sensoriale e far provare qualcosa di nuovo allo spettatore. Unica pecca è l’ultima parte: sembra quasi che il film finisca quattro volte in maniera diversa durante gli ultimi 20 minuti, ma l’ultimo finale proposto, quello reale, è il peggiore.

The Duke of Burgundy, 50 sfumature lesbo al Torino Film Festival


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