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“Ci si aspetta che tu implementi gli articoli con le tue idee. Come in ogni stage giornalistico, prendere iniziativa da soli è un imperativo. NON ti sarà permesso riportare o offrire la tua opinione su NESSUN avvenimento politico cinese, né su nessun altro tema ritenuto sensibile dal governo cinese”.

Rileggo e metto da parte la lettera che mi conferma le modalità dello stage in Cina, sistemo le ultime cose in valigia. Ormai tutto è pronto.

Perché ho scelto la Cina?

Sembra il paese meno adatto per uno stage giornalistico: non c’è libertà di stampa e di espressione, molti siti internet e social network sono oscurati, non ci sono libere elezioni. Anche se al giornale mi chiedono di essere propositiva e indipendente nel lavoro, so che il tipo di argomenti di cui potrò trattare è limitato. Proprio per questo la Cina mi offriva qualcosa che altri paesi occidentali non mi avrebbero offerto: la possibilità di vivere e lavorare in un paese dove c’è censura. Di poter capire come lavora un giornalista quando non gli è permesso lavorare.

A questo si somma tutto il fascino di un paese come la Cina, antica e modernissima, rurale e urbana, tradizionale e innovatrice, che ospita ad oggi il 22% della popolazione mondiale. Negli ultimi anni la Cina ha conosciuto cambiamenti sociali enormi, anche sulla spinta della crescita economica record (con picchi di crescita del PIL del 10% all’anno). Secondo il CeSIF (Centro Studi per l’Impresa Fondazione Italia Cina) nel 2030 ci saranno 413 mila consumatori benestanti in più in Asia, la metà dei quali sarà cinese. Ma gli entusiasti che vedono la Cina superare gli USA in pochi anni sono un po’ eccessivi: ad oggi il reddito pro capite del paese è un sedicesimo di quello statunitense e la situazione politica più imprevedibile.

Sognando l’Asia

La Cina è un paese di cui ho letto molto, ma di cui in fondo ancora non so nulla. Un paese che sicuramente non si comprende in un mese, ma ci si può almeno provare, nella speranza possa essere utile ad altri. Perché il mio #diariocinese è dedicato a tutti voi studentifuori, che come me avete sognato almeno una volta l’Asia.

A chi mi domanda perché viaggio, rispondo che so bene da cosa fuggo,
ma non quello che sto cercando.
Michel de Montaigne

"Shangai è davvero brutta" è stata la prima cosa che ho pensato percorrendo la periferia in taxi dall'aeroporto di Pudong. Poche ore dopo, camminando lungo il Bund e nella città vecchia, mi ero già innamorata.

Internet e il lavoro

Il primo giorno di lavoro è stato abbastanza traumatizzante, avevo già da preparare un inserto di dodici pagine e non riuscivo ad usare il wifi dell'ufficio. Ho spiegato alla mia capa che uno qualsiasi dei loro pc sarebbe andato bene, mi bastava poter fare ricerche e avere Google Traduttore. Lei si gira e come se fosse la cosa più ovvia del mondo mi dice "ma Google è bloccato qui, non puoi usarlo!". Ops. E così mi sono ritrovata qui in ufficio, a fare ricerche con Baidu, che è l'equivalente cinese (poco dopo sono passata a Yahoo). Non posso usare nessun servizio legato a Google, come Gmail o il traduttore. Ovviamente, ma lo sapevo già, anche Facebook, Twitter e Skype sono fuori uso. Alcune pagine di Wikipedia sono inaccessibili. Poi ci sono i miei colleghi, tutti cinesi. Non parlano. Ovvero, ogni tanto parlano tra di loro in cinese, ma passano la maggior parte del tempo piegati sul computer a scrivere. Non si salutano quando entrano ed escono dall'ufficio, neanche tra di loro. Per questo la prima volta che sono entrata in una discoteca cinese, venerdì scorso, non sapevo bene cosa aspettarmi. Vedere dei cinesi ballare e interagire è stato rincuorante. Sotto l'apparente freddezza iniziale in realtà sono disponibili e alla mano

Diario cinese #1: lavorare e vivere a Shangai

La vita di tutti i giorni...

Dopo il primo shock iniziale sto iniziando ad abituarmi. Mi sono abituata alla gente che sputa per strada (ma anche nei luoghi chiusi, come i centri commerciali). Mi sono abituata al fatto di rischiare la vita ogni volta che attraverso la strada: motorini, bici e altri mezzi di fortuna su due ruote non rispettano semafori e strisce pedonali... E vi assicuro che preferiscono suonare il clacson piuttosto che frenare. Mi sono quasi abituata ai continui controlli di sicurezza: per accedere alla metropolitana bisogna prima farsi controllare la borsa. Per prendre il treno bisogna passare due diversi check, uno di sicurezza e l'altro per il biglietto (sembra quasi di prendere un aereo).

Diario cinese #1: lavorare e vivere a Shangai

...e le contraddizioni

A rendere tutto questo sopportabile c'è cibo cinese, che è talmente buono da causare dipendenza. In Cina il cibo è letteralmente dappertutto, le strade sono affollate di chioschi, supermercati, mercati, ristoranti e di solito non serve fare più di due metri per trovare qualcosa di gustoso da mangiare. La cosa assurda di Shangai è il gap tra i prezzi. Per una cena nella bettola vicino al mio ufficio spendo circa un euro o un euro e cinquanta (e si tratta di un pasto completo, zuppa più riso e carne o noodles). Lo stesso pasto nella concessione francese o nel bund, le zone più eleganti della città, costa almeno trenta volte di più.

Di sicuro la Cina è un paese che ti obbliga a cambiare prospettive. La settimana scorsa sono stata al circo di Shangai: non ci sono clown. Ma in compenso è pieno di acrobati che si esibiscono imitando mosse di kung fu, oppure a bordo di piccole navi di legno tradizionali, o tenendo in equilibrio vasi di porcellana. Il tutto con i guerrieri di terracotta di Xi'an sullo sfondo.

Diario cinese #1: lavorare e vivere a Shangai

People's Square Park a Shangai è uno di quei tanti posti in Cina dove ci si incontra alla ricerca di un marito o una moglie. Camminando tra le centinaia di persone che lo affollano tutti i week end, si ha l'impressione di essere in un mercato. Di giovani, non se ne vede proprio. Sono i genitori o i nonni a venire qui in cerca del compagno ideale per i figli e nipoti. A rappresentare l'interessato/a pare bastino i cartelli che reggono o lasciano esposti su muretti, scale ed ombrelli. Riportano pochi dati: l'età, lo stipendio, l'altezza, il possesso o meno di una casa. Sono queste le caratteristiche che fanno di un cinese un buon partito: le qualità e il carattere sono secondari. Le donne invece devono essere belle, giovani e non divorziate o con figli a carico.

Innamorarsi in Cina

Quello dei matrimoni è un business che frutta ogni anno miliardi. Le agenzie matrimoniali e i siti d'incontri proliferano e alla giornata dell'anima gemella all'Expo di Shangai hanno partecipato 38 mila persone. L'imperativo, che viene anche dal governo, è di sposarsi e farlo presto. Considerando poi che trovare un buon matrimonio dopo i 26 anni è molto difficile (soprattutto per le donne) e che avere una relazione sentimentale durante le scuole superiori è un tabù assoluto, i cinesi hanno una finestra di pochi anni per accasarsi. Come se non bastasse la politica del figlio unico ha spinto molte famiglie ad abortire in caso di figlie femmine per cercare di avere un maschio.

Questo ha creato, ovviamente, un squilibrio tra i sessi: oggi in Cina ci sono più uomini che donne e la competizione è decisamente dura. Ciò nonostante sono molte le donne che restano senza marito. Vengono comunemente chiamate Shengu, "donne avanzate" e per il governo sono quasi una piaga sociale. Qualcuno le definisce anche il terzo sesso, ma la verità è che nelle Shengu non c'è nulla di repellente: semplicemente la maggior parte di loro è laureata o, peggio, dottoranda. Il numero di donne con un'educazione elevata e una buona carriera sta aumentando velocemente: oggi quasi la metà delle venti donne più ricche al mondo è cinese. Purtroppo il numero di uomini che desiderano sposare una donna più istruita e ricca di loro non cresce altrettanto velocemente. Nella sola Shangai pare che il 43% delle laureate tra i 25 e 34 anni sia single.

Gestire il rapporto con i vostri colleghi. Questa è la prima cosa di cui vi dovreste preoccupare. Lavorare in un ufficio in cui tutti i colleghi sono cinesi è un'esperienza diversa da uno stage all'estero in Europa. Innanzitutto, se sapete la lingua sarete avvantaggiati. Fare uno stage per una rivista bilingue inglese da questo punto di vista è stato un grande vantaggio: riesco a comunicare con la maggior parte dei miei colleghi, perché abbiamo una lingua comune che non sia il mandarino... Altri miei coinquilini non sono stati così fortunati.

I cinesi hanno bisogno di tempo per aprirsi e all'inizio sembrano piuttosto freddi. Al lavoro non c'è l'abitudine di salutarsi né quando si entra né quando si esce. Nessuno si presenta né ti da il benvenuto all'arrivo. Insomma, se non sei tu a fare il primo passo, nessuno lo farà per te. Detto questo, una volta superato il silenzio glaciale iniziale i cinesi sono sono estremamente socievoli e gentili: basta intavolare una prima conversazione ed è fatta.

Lavorare sui tuoi guanxi e salvare la faccia

Una volta che avrete instaurato qualche rapporto umano di base, potete passare alla fase due del vostro piano di conquista. Guanxi è una parola cinese che credo possa essere resa con l'italiano "relazioni sociali". Se vuoi lavorare in Cina e non hai guanxi, per te le cose si mettono male. Perciò la prima cosa che dovresti fare una volta arrivato qui è costruirne quanti possibile. Per questo è molto importante che sia tu, anche se sei timido, a rompere il ghiaccio e a cercare di creare legami. Meglio se lo fai sul lungo periodo: se i cinesi sanno che sei qui solo per un mese o poco più, saranno meno interessati ad avere una relazione sociale con te (tanto poi te ne vai!). Due direttrici di catene alberghiere, che ad un brunch si sono sedute di propria spontanea volontà accanto a me, sono rimaste profondamente deluse quando ho detto loro che sarei partita dopo due settimane (azz, niente guanxi!). Quando siete a caccia di guanxi, ricordate che quando i biglietti da visita vengono porti con due mani, vanno ricevuti con due mani e trattati con cura (non lanciateli nel vostro borsone della palestra, meglio il portafogli o un apposito astuccio).

Un altro concetto importante in Cina è quello di faccia: mai, mai far perdere la faccia ad un cinese. Mai insultarlo in pubblico, o metterlo alle strette: l'immagine di sé che hanno gli altri per i cinesi è importantissima. Questa è anche la ragione per cui molto spesso quando parli in inglese i cinesi faranno di sì con la testa, anche se non stanno capendo assolutamente nulla. Mica possono far vedere che non capiscono a lingua, sarebbe una vergogna atroce.

Diario cinese #4: tutti i segreti per lavorare in Cina

Capire la mentalità cinese

L'approccio classico di un'azienda occidentale che vuole vendere un prodotto è mostrarti cosa ci guadagni a comprare quel dato prodotto. In Cina non funziona così: qui bisogna puntare sulla comunità e non sul singolo. Tipo: in che modo questo prodotto migliora il mio rapporto con la famiglia, gli amici, il datore di lavoro? Per fare un esempio, l'altro giorno mi è capitato di intervistare la curatrice di un museo di Shangai. Parlando dei motivi per cui la galleria è importante, lei ha insistito molto sul fatto che non ci sono molte aree culturali a Pudong, che è uno dei quartieri più moderni della città. Io invece volevo sapere perchè un visitatore dovrebbe scegliere il suo museo anziché un altro (in Cina ci sono centinaia di musei che espongono giada e questo non è l'unico a Shangai). Insomma lei infatizzava i vantaggi per la comunità locale, io quelli per il singolo visitatore.

Questa cosa dipende da un signore morto da un pezzo di nome Confucio, che ha anche insegnato ai cinesi a rispettare le gerarchie. Ricordati perciò che il tuo capo è il tuo capo e non puoi trattarlo come un tuo pari. Quindi se sei a pranzo con un superiore lui inizia a mangiare per primo seguito dal sottoposto, seguito dal sotto sottoposto e via dicendo, fino all'ultimo della gerarchia, il povero stagista, che inizia a mangiare per ultimo.

Diario cinese #4: Tutti i segreti per lavorare in Cina

La Cina oggi

Io sono dell'idea che la Cina oggi stia cambiando e che il povero Confucio, tra qualche decennio, sarà un po' meno influente. Tra le attività organizzate da Projects Abroad qui, c'è stata anche una lezione di mandarino base e di cultura cinese. Durante l'ora di cultura cinese ovviamente Susan, una delle mie responsabili, ha tirato fuori la solita discussione tra mentalità asiatica collettivista e occidente individualista. A questo punto le faccio notare che in Giappone questa cosa mi sembra evidente e si traduce in un grande rispetto per l'intimità e lo spazio altrui. In Cina non è così. In Cina non esiste privacy: perciò non sorprendetevi se vedete un bambino fare pipì allegramente in strada (in centro a Shangai e incitato dalla stessa madre) o se il proprietario di un karaoke decide che è molto divertente scattarvi foto col suo iPhone e ridacchiare tutto il tempo mentre raccogliete i soldi per pagare il conto.

Quando prendo la metropolitana a Shangai nelle ore di punta, è peggio di scappare da un edificio in fiamme. La gente spinge e ti schiaccia e nessuno si sogna di aspettare che tu scenda prima di salire - se vuoi scendere alla tua stazione perciò l'unico modo è farsi largo a suon di gomitate tra la folla che entra, esce o si aggrappa disperatamente per mantenere la posizione. In tutto questo mi sfugge la parte sull'attenzione alla comunità ed il rispetto per lo spazio altrui, quello che vedo qui, come faccio notare a Susan, è una continua lotta per la sopravvivenza individuale. Susan allora mi spiega che la Cina oggi, da quando si è passati dal comunismo assoluto al capitalismo camuffato, è diventata tutto d'un tratto un posto estremamente competitivo. Fin dalla nascita, un cinese sa che dovrà lottare contro una schiera di milioni di altri cinesi che vogliono le stesse cose che vuole lui: un'istruzione eccellente, una bella casa, un buon matrimonio. Ho chiesto a Susan (suo nome occidentale fittizio, ma lei è cinese) se non crede che questo cambierà profondamente la mentalità cinese. Lei ha risposto che non lo sa, ma che crede che la Cina sia ancora profondamente collettivista. Io invece sono convinta che cambierà le cose, eccome. La cina intera e tutti i cinesi oggi mi pare si riconoscan bene in questa metafora: una folla di individui che spingono per avere un posto in metropolitana.

Diario cinese #4: tutti i segreti per lavorare in Cina

E' arrivato anche per me il giorno di prendere un taxi fino all'aeroporto di Pudong. Finalmente sono sul divano di casa, circondata di sfogliatelle e bocconcini di bufala, in estasi culinaria. Eppure ancora non riesco ancora a capacitarmi del fatto che non ci sia riso per cena e che la gente, per strada, parli la mia lingua.

Qui e lì

Mentre il mio volo atterrava a Zurigo per lo scalo, guardando dall'alto la Svizzera con i suoi prati verdi, i laghi e le Alpi, mi sono resa conto di abitare in una parte di mondo privilegiata, in cui vivere è bello. Non sono né la modernità, né i comfort ed i grattacieli che mi sono mancati in Cina, ma l'aria pulita e le strade piacevoli delle cittadine europee. Non posso fare a meno di confrontare le montagne di casa con la campagna triste e grigia tra Shaghai e Pechino o ripensare a quando sui pomodori comprati al supermercato ho trovato macchie nere chimiche. Altro che verdure biologiche. Qui respiro aria pulita, lì potevo sentire il sapore dello smog sulla lingua. Poi all'aeroporto di Zurigo passando i controlli della polizia cantonale non ho potuto che ripensare in un flash a tutte le volte che in Cina sono stata ispezionata o il mio zaino è stato aperto solo perché volevo prendere un mezzo di trasporto pubblico. Controlli per usare la metro, il treno o per entrare in luoghi pubblici potenzialmente a rischio, come piazza Tienanmen a Pechino. La stessa procedura, forse anche più breve, che qui in Europa mi serve per passare la frontiera di uno stato, in Cina è obbligatoria per entrare in una stazione. No, non mi mancherà la disperata ricerca "dell'armonia sociale", come la definisce il governo cinese.

Diario cinese #5: il mio addio a Shanghai

E la nostalgia?

Quello che mi mancherà della Cina sono le persone. Non solo i miei amici stranieri, ma soprattutto i locali. Mi mancheranno i passanti che mi hanno accompagnato o aiutato a trovare autobus, templi e pensiline, spesso senza parlare una parola d'inglese. Mi mancherà tutto lo staff locale di Projects Abroad e il mio (fighissimo) stage. Mi mancherà Shanghai, che è una città che si espande, piena di possibilità e di persone interessanti. Dopo un mese di vita e lavoro a Shanghai, tornerei a lavorare in Cina in pianta stabile? Forse. Darebbe il colpo di grazia ai miei poveri polmoni, ma la Cina oggi è the place to be, il posto giusto dove stare. Ma lascio queste decisioni al futuro: per ora sono troppo annebbiata dalle delizie culinarie del meridione e l'idea di restarmene per un po' in Italia non mi dispiace affatto.

Diario cinese #5: il mio addio a Shanghai


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