Condividi con i tuoi amici!

Ci eravamo lasciati così, con una prospettiva: quella di insegnare italiano agli stranieri. E una rosa di master per imparare a farlo, tutti in e-learning, pratica che solitamente convince poco. Ebbene, Alessandra vuole dimostrarci il contrario. Lei che l’italiano L2 l’ha insegnato, anche e soprattutto in modalità telematica, mi ha scritto per farmi ricredere, rispondendo ad alcune domande:

Perché secondo te l’e-learning è al pari dell’insegnamento frontale classico o come dovrebbe strutturarsi per essere altrettanto efficace?

Dei contro, è facile scrivere: manca il contatto, il rapporto reale tra docente e studente, manca la classe e l’aula. Quindi, perché l’e-learning dovrebbe essere efficace didatticamente? Soprattutto, perché dovrebbe esserlo quando sto imparando a insegnare, quando il rapporto docente/studente non è solo un corollario sociale utile all’esperienza formativa in sé, ma diventa esso stesso materia di studio? Voglio dimostrarlo con degli esempi. Nel 2007 mi sono unita alla community di Second Life iscrivendomi ad un corso virtuale di inglese avanzato. Nella città virtuale appositamente creata per noi e popolata da docenti, tutor e studenti come me, c’erano lezioni ambientate in aeroporto, dal medico, situazioni di cui facevamo esperienza grazie ad alcuni giochi di ruolo. A mio avviso è sicuramente più suggestivo trovarsi “davvero” al gate o in un ospedale senza dover far finta di esserci. O ancora, nel 2013 ho insegnato italiano per stranieri all’università di Dalarna, in Svezia, territorio, si sa, inclemente con una popolazione sparpagliata e separata da incolmabili spazi vuoti. L’e-learning universitario in Svezia è stato inventato quando ancora neppure si sapeva cosa fosse. La mia classe era variegatissima: un 30% è costituito da pensionati che studiano italiano per occupare il tempo o lo fanno perché amano l’Italia o perché hanno dei parenti. L’altro 30% è costituito da studenti standard, mentre la rimanenza lavora. Esigenze diverse che possono essere soddisfatte nel momento in cui le mie lezioni si tengono online: loro hanno i materiali (video ed esercitazioni) da preparare prima della lezione e poi, nel momento dell’incontro, possono chiedere spiegazioni e fare pratica in un contesto comunicativo reale, ma il grosso l’hanno già fatto. Nel semestre invernale di quell’anno, nel mio gruppo avevo uno studente svedese che risiedeva in Papua Nuova Guinea. Lavorava nel turismo, conosceva già bene lo spagnolo e, per ragioni lavorative, necessitava di imparare anche l’italiano. Le lezioni sincrone avvenivano alle 6 di sera, ora svedese. Per il mio studente in Oceania, però, le lezioni erano alle 3 di mattina. Tutte le settimane, per 15 settimane, lo studente si alzava nel cuore della notte e, sperando che non ci fossero tempeste tropicali a indebolire la connettività, ci raggiungeva per la lezione di italiano: un po’ assonnato, certo, ma uno degli studenti più motivati che io abbia mai conosciuto.

E se insegnassi italiano agli stranieri? - Parte 2Qual è stato il tuo percorso di studi per diventare insegnante di italiano agli stranieri?

La fabbrica dei titoli di studio è sempre aperta, ahimè. Sono nata nel 1982, anno della maledetta riforma 3+2. Alla luce dei nuovi indirizzi e vivendo a Genova, città estremamente multietnica, decido di iscrivermi a Comunicazione Interculturale alla Facoltà di Lingue. Mi laureo nel 2005, ma non riesco a trovare lavoro come mediatrice culturale. Così mi iscrivo al master in Didattica della lingua italiana per stranieri, in un anno sono “masterizzata”, ma trovo impiego solo nel 2008 in una scuola internazionale dove l’italiano per stranieri è materia curricolare. Nel frattempo faccio pure la specialistica (sempre in lingue) addirittura il dottorato e prendo il DITALS. Mi ero perfino candidata al PAS (Percorso Abilitante Speciale) ma cercavano qualcuno che sapesse il serbo-croato, anche se non l’avevano scritto nel bando. Così sono ancora una precaria, però rifarei tutto, dall’inizio alla fine.

Cosa pensi dei corsi DITALS?

Mentre il master mi ha fatto capire quello che volevo fare davvero dandomi una forma mentis, Il DITALS è stato una sorta di banco di prova: non ero interessata a ottenere l’ennesimo certificato/bollino di qualità (perché – attenzione – il DITALS non è un titolo di studio), ma solamente a capire quanto avevo maturato negli anni successivi al master e quanto ancora mi rimaneva da fare. Il DITALS voleva essere, ed è stato, una cartina tornasole.

Cosa consigli a chiunque voglia specializzarsi nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri?

Premesso che credo sia il mestiere più bello del mondo, è difficile. Difficile scontrarsi con ministeri, dirigenti, professori, immobilità italiana, anacronismi vari… ci vuole molta pazienza e tanta, tanta passione. In termini pratici, consiglierei una laurea in lettere e un’abilitazione per l’insegnamento della lingua italiana a italiani, in aggiunta a un master di didattica come L2 (agli stranieri). Oppure una seconda laurea in Scienze della Formazione: in questo modo si riesce ad arrivare a insegnare dove più c’è bisogno, ovvero nei corridoi delle scuole elementari e medie dove i bimbi stranieri vengono fatti accomodare per qualche ripetizione privata di italiano. Il panorama è davvero triste. Va molto meglio all’estero, ma non come una volta: ci sono sezioni di Italianistica che minacciano la chiusura dei battenti perfino in Svezia e Danimarca. È una professione bistrattata che andrebbe riconosciuta e tutelata!


Condividi con i tuoi amici!