Condividi con i tuoi amici!

 – ovvero: la storia di quella che “io non farò mai la maestra” –

Perché guardavo mia madre, sin da quando ero bambina, e detestavo la sua professione. Eppure, vi ricorderete, avevo già avuto un’esperienza abbastanza forte quest’estate che mi aveva già fatto cambiare idea. L’italiano insegnato dall’inglese ai ragazzi africani sbarcati a Taranto mi ha acceso una lampadina, che il caso ha innescato assieme ad un desiderio ricorrente degli ultimi due anni della mia vita: trasferirmi ad Istanbul.

Come ho trovato il lavoro?

In qualche modo in Turchia dovevo arrivarci. Dopo aver provato (in ordine cronologico) un colloquio per servizio civile all’estero, una borsa di studio per laurea magistrale col Ministero degli Affari Esteri e inoltrato almeno trenta curricula per scuole di lingua private per l’insegnamento dell’italiano, niente era mai andato in porto. Specie nella ricerca di un lavoro tramite il sito craigslist.com.tr non avevo mai ricevuto risposta. A due passi dalla decisione, a prescindere dall’impiego, pensavo di rivolgermi ad un’agenzia, quando, 10 giorni prima della mia seconda partenza verso la Turchia, una scuola privata di inglese mi chiama per fare il colloquio.
Mi presento come docente di italiano – nonostante non abbia alcuna certificazione per l’insegnamento come lingua L2 – in qualità di madrelingua, possibilmente per un part-time che mi conceda il tempo di imparare il turco. Mi viene proposto un contratto full-time per l’insegnamento dell’inglese a qualunque livello, dall’A1 beginner al C1 upper-intermediate. Il target della scuola è quello dei business men e women: manager aziendali di svariate imprese (nel campo del tessile, delle telecomunicazioni, della produzione di oggetti in vetro o materiale ospedaliero!) le lezioni si svolgono direttamente in ufficio, seguendo un piano a volte serrato da consultare ogni momento sul database personale online (perché sempre soggetto a cambiamenti). Parliamo, quindi, di gente adulta che non ha bisogno (tranne rari casi!) di essere spronata a studiare o concentrarsi, per quanto sia difficile farlo alla fine di una giornata di lavoro. Infatti, di solito le mie ore più dense si concentrano dalle 17 in poi, quando loro chiudono i computer e cerchiamo di aprire insieme i libri.

E se insegnassi inglese ai turchi?

Sembra facile, ma…

Di certo non si tratta di un esempio massimo di serietà. Lo sembra quando i miei capi promettono di occuparsi dei miei documenti, e anche quando mi spiegano questo meccanismo meritocratico per cui non sono l’unica a giudicare, ma anche i miei studenti mi danno i voti per ogni lezione e in base a quelli il mio stipendio può essere più o meno alto. Per quanto io me la stia cavando alla grande e per quanto la caratteristica principale del docente perfetto secondo la politica della scuola sia il fatto che non parli turco (così gli studenti non possono approfittarsene), sorrida e sia sempre al massimo delle proprie capacità nonostante abbia viaggiato anche due ore sui mezzi prima di raggiungere l’ufficio del cliente, affidarsi ad una non professionista per l’insegnamento di una lingua che non è neppure la sua è un azzardo niente male. Il punto è che il livello medio di conoscenza dell’inglese per un turco è talmente basso da avere altrettante pretese. Si tratta di una vera e propria missione umanitaria! A parte gli scherzi, è una chiave importante per agevolare la loro integrazione in quel contesto europeo di cui tanto vorrebbero far parte, nel bene e nel male. Non sopportano più di non saper rispondere a un’e-mail e fare pessime figure al telefono. Infatti, il 50% delle mie ore settimanali (ben 40, tempo di percorrenza trasporti escluso! – vedi al punto 4 delle cose che ho capito sui turchi) viene dedicato ad estenuanti quanto interessanti “phone conversations” in cui gli studenti devono esercitarsi rispondendo ad alcune domande (da qual’è la tua stagione preferita a cosa pensi della fame nel mondo).

Il lato positivo

In una giornata mi capita di andare dalle villozze dei ricconi sul lato figo del Bosforo all’estrema periferia dove si vedono solo capannoni industriali e galline che attraversano la strada. Non è semplice. Perdersi è un must, ma non d’animo. In realtà credo di aver avuto la fortuna di mixare le qualità di mio padre (un fortissimo senso dell’orientamento) con quelle di mia madre, che si inorgoglisce di fronte ai miei racconti soddisfatti di esperienze che lei già affronta ogni giorno da più di 25 anni, pur lavorando con i bambini.
Il trucco è prendersi bene. Esco di casa la mattina alle 8 e non torno mai prima delle 21, ma ogni giorno è un’avventura, una scoperta. Credo di non essermi mai sentita così viva. Dopo un anno davanti al computer sono di nuovo a stretto contatto con le persone, che essendo turchi DOC mi stanno facendo conoscere la loro realtà e la loro cultura, pur potendo comunicare in una lingua comune. Sto imparando un mestiere sul campo, ed era tutto ciò che volevo, tutto quello che in Italia non ci lasciano fare. Poi, sentirsi chiamare “teacher”, assistere allo studente peggiore della classe che riesce ad applicare una regola appena studiata durante una semplice chiacchierata e ti ringrazia con l’emozione negli occhi, convinto di potercela fare, anche a 40 anni, beh, come dice la famosa pubblicità, “non ha prezzo”!

E se insegnassi inglese ai turchi?


Condividi con i tuoi amici!