Cosa manca davvero al fuorisede? La mamma? Gli amici?...il gatto? Glielo abbiamo chiesto con un piccolo questionario, nell'articolo i risultati commentati.

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Sei un giovane 18enne, hai appena finito le superiori, hai un’estate di meritato riposo in cui sei chiamato a prendere una delle decisioni più importanti della tua vita: il futuro.

Cosa vuoi fare? Le scelte sono due: o vai a lavorare, o studi. Se hai scelto la seconda hai ancora due opzioni: fuori sede o no? Solitamente il “vivere fuori sede” è una scelta ‘obbligata’, dettata dalla distanza che intercorre tra il tuo paese d’origine e la città universitaria più vicina; altre volte è una scelta dettagliatamente ponderata, “voglio andare a studiare nella tale università perchè so che può darmi tanto”.

Quale che sia la tua scelta, a 18-19 anni prepari la tua valigina e, al grido di “libertà, finalmente vado a vivere da solo”, prendi un treno/aereo alla volta della città universitaria da te scelta. E non hai la minima idea che quel triste trolley pieno di vivande preparate da mamma e vestiti per ogni stagione, si riempirà negli anni delle esperienze più belle, utili e formative che ti possano capitare nell’intero corso della tua vita.

Spesso mi sono domandata come viva un giovane italico il suo “viaggio fuori sede”, che cosa realmente gli manchi di casa sua, che cosa è felice di aver lasciato la, e quali sono le novità e le esperienze più stimolanti che vive nel suo soggiorno lontano da mammà.
E per togliermi ogni dubbio…gliel’ho chiesto!
Quest’articolo è stato realizzando estrapolando ed elaborando i dati di un brevissimo questionario (da me ideato ed elaborato…mi perdonino gli statistici e i matematici ‘in lettura’, n.d.a.), che mi ha permesso di definire un piccolo profilo dello “studente fuori sede tipo”.

[Grazie immensamente ai compilatori!]

Il questionario

Il questionario è stato compilato da 67 fuori sede ai quali ho chiesto di rispondere a sette domande di vario genere: l’età, la regione d’origine, la città universitaria che avevano scelto, la distanza tra la città d’origine e quella universitaria, e le due fatidiche domande “Cosa ti manca maggiormente della tua terra d’origine?” e “Cosa invece ami della tua città universitaria”. In ultimo ho richiesto un breve commento dove sintetizzare la loro esperienza fuori sede.

Un po’ di dati

I ragazzi intervistati hanno la classica età da fuori sede, ovvero 18 – 28 anni, la maggior parte si assesta nella fascia 24 – 26 (55,2%). Il 40,2% di loro proviene dalla Liguria (sono ligure, ho chiaramente costretto i miei amici a compilare, n.d.a.), seguiti da un buon numero di siciliani (16,4%), calabresi (6,1%), piemontesi (5,9%), pugliesi (5,8%); sono riuscita ad arrivare, con numeri minori, anche a qualche studente abruzzese, trentino, lucano, umbro, emiliano, e ancora ho scovato qualche esponente della Toscana, dell’Umbria, del Lazio e della Campania.

La maggior parte di loro (31,3%) ha dichiarato di provenire da realtà urbane non piccolissime (50.000 – 100.000 abitanti) e più o meno lo stesso numero (il 37,3%) ha detto che la distanza che intercorre tra la città d’origine e quella universitaria è tra i 100 e i 300 km (8 dei miei 67 intervistati vive a meno di 100 km dalla sua patria, e ben 15 a più di 1000 km).

Poi ho chiesto in che città si fossero trasferiti: il 37,3% ha risposto Genova, seguita da Pisa (25,3%), Milano (10,4%) e Firenze 5,9% (ma abbiamo anche fuori sede a Pavia, Livorno, Bologna, Parma, Pavia, Ferrara, Torino, Urbino ecc.)

Odi et amo d'un fuori sede: cosa ci manca della “terra natia”?

Deblu68 @ Wikimedia

Cosa ti manca di più della tua terra?

E’ una domanda molto difficile, o molto facile, a seconda dei punti di vista.
La risposta era guidata da 9 opzioni tra le quali se ne potevano scegliere 3, e da una casella “altro” dove poter liberamente aggiungere la propria risposta.

Come era prevedibile, la maggior parte delle 67 cavie ha scelto la famiglia (37 di loro). Già, perchè dopo un primo momento di irrefrenabile gioia che odora d’indipendenza, si devono tirare le somme, e così una di loro ha commentato “Ho lasciato il nido carica d’entusiasmo, mi sentivo finalmente libera ed emancipata. Due giorni dopo avrei rinunciato alla mia libertà per un’arancina e la mia insopportabile famiglia”. Moltissimi hanno risposto frasi simili, del tipo: “Ho imparato a vivere la quotidianità senza il sostegno dei miei familiari”, “Mi sono arrangiata a cavarmela da sola, senza la famiglia al mio fianco”, e qualcun’altro con un velo di tristezza ha risposto:“Mi mancano le persone che amo, il poter vederli tutti i giorni, il poterli avere vicino quando ne ho bisogno e mi manca quella sensazione unica e inspiegabile che solo la MIA casa riesce a darmi“.

Alla famiglia, seguiva a ruota la risposta “I miei amici” (31 dei 67 intervistati), perchè oltre la famiglia d’origine anche la “famiglia acquisita” manca, e così una giovane toscana scrive “Me ne sono andata di casa a 18 anni lasciando gli amici di una vita…è stata dura, per fortuna Skype e il cellulare ci hanno aiutato a non perderci del tutto”.

Altra grande mancanza è “il mare”, che manca ben a 23 di loro, un buon numero considerando che molti di coloro che hanno dato questa risposta vivono attualmente in città di mare. Il mare, per chi ci vive, è una sorta di ‘elemento stabile’, tanto che una ragazza ci scrive “Nella mia città il mare è il punto di riferimento per orientarsi“.

19 ragazzi hanno notato come, nella città universitaria, ci si muova molto con i mezzi, sicuramente meglio funzionanti rispetto alle piccole realtà d’origine, ma questi 19 sentono “la comodità di avere la macchina o il motorino”, “Mi manca spesso la comodità del motorino, perchè per paura di fare tardi devo uscire ore in anticipo”, ci dice uno studente fuori sede a Firenze.

A 13 ragazzi manca “il clima“ della propria terra d’origine (si è rilevato che la maggior parte delle persone che hanno dato questa risposta provengono dal Sud Italia e si sono dovuti trasferire in città del Nord come Torino, Milano e Genova). Altrettanti hanno risposto “la cucina“, pensando sia ai manicaretti della mamma, sia più in generale ai piatti tipici della zona d’origine che, inevitabilmente, non esistono nella città universitaria. Un ragazzo siciliano ci dice che “La distanza fa apprezzare maggiormente i brevi momenti in casa: la famiglia, la tranquillità del piccolo paesino d’origine, la cucina della nonna“.

Fanalino di coda di questa breve intervista è stato “il fidanzato“ (11), il numero basso è da imputare al fatto che non tutti i fuori sede partono per i lidi universitari fidanzati, e tanti trovano l’anima gemella proprio nella nuova città. Ciò nonostante un’intervistata commenta: “Sono fidanzata da 2 anni con il mio ragazzo e ci separano più di 400 km. Vivere una relazione a distanza non è facile, ma stringendo i denti ce la si fa, e spesso con la distanza il rapporto si fortifica”.

Interessante anche ciò che è emerso dalla casella “altro” (11 di loro ne hanno usufruito): 6 sentono la mancanza del proprio animale domestico, 3 hanno aggiunto “nulla”, un intervistato sente la mancanza del suo giardino, uno delle montagne.

E tu ti ritrovi in questa descrizione? Avresti aggiunto dell’altro? Facci sapere la tua esperienza da ‘malinconico’ fuori sede!

Odi et amo d'un fuori sede: cosa ci manca della “terra natia”?


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