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Mentre Roberto ci aggiorna live dall’Aquila su Instagram, vi racconto quella che è stata la mia esperienza, due anni fa, tra le macerie abbandonate della Casa dello Studente.

Dell’Aquila ricordo il silenzio. Irreale, statico, ma rumoroso. Ho camminato tra i detriti del sisma esattamente due anni fa. La sensazione ce l’ho dentro la pelle: ho davanti agli occhi l’immagine di quelle strade grigie, piene di sassi, mattoni e oggetti di vita quotidiana. Ho ancora addosso la sensazione disorientata di fronte a quelle finestre semi aperte, con le tende che svolazzano e le tavole ancora apparecchiate, ferme a quella notte che cambiò il volto del capoluogo abruzzese. Sono trascorse circa 17.400 ore e 725 giorni. Ho sentito migliaia di voci raccontare, deliberare, sentenziare e pontificare, ma non una voce che restituisse dignità a tutte quelle vittime che in pochi minuti hanno perso tutto.

erano appena le 12 quando attraversavamo la Zona Rossa per accedere al cumulo di dolore più grande che io abbia mai visto

Il 10 aprile 2012, Giulia ed io, studentesse al primo anno di laurea magistrale in giornalismo, avevamo deciso che avremmo dovuto raccontare quel sisma. Così, in una piovosa mattinata di primavera, abbiamo raccolto le nostre esperienze, le abbiamo messe in uno zaino insieme ad una macchina fotografica, e siamo partite.
L’Abruzzo ci aveva accolte con un cielo azzurrissimo e un sole che baciava quei piccoli borghi racchiusi tra le montagne innevate del Gran Sasso. Durante la mattinata avevamo visitato ciò che rimaneva del centro storico: qualcuno passeggiava, sfiorava quelle crepe e osservava con gli occhi stanchi e tristi ciò che rimaneva del proprio passato. A mano a mano che le ore passavano, il tempo si faceva sempre più scuro e più grigio: erano appena le 12 quando attraversavamo la Zona Rossa per accedere al cumulo di dolore più grande che io abbia mai visto, la Casa dello Studente, macerie intrise di lacrime e di colpe.

Nel capoluogo abruzzese studiavano in molti, ragazzi provenienti da tutto il mondo. Per poter vivere nello studentato, crollato come un castello di carte e letteralmente sventrato dalla violenza del terremoto, gli studenti dovevano aver vinto una faticosa borsa di studio ed essere meritevoli, con l’obbligo quindi del mantenimento di un certo profitto all’università. All’interno della struttura di via XX Settembre erano ospitati centoventi ragazzi. Otto di loro morirono strozzati da quelle macerie, che divennero nel giro di poche ore una vera e propria trappola. Marco. Luciana. Hussein. Angela. Francesco. Luca. Alessio. Davide. Per estrarre i loro corpi, si resero necessari tre giorni interi. Settantadue interminabili ore. Non più grida, non più rumore, non più tonfi. Solo quei corpi, rimasti lì, in silenzio, nell’attesa di riacquistare una dignità umana.

La notte del terremoto non rimasero in molti allo studentato: di lì a pochi giorni ci sarebbe stata la Pasqua e su centoventi persone, decisero di restare ancora lì circa in trenta. Le 400 scosse che avevano preceduto quel sisma, gli studenti le avevano sentite tutte. Oltre al movimento dovuto alle scosse, la Casa dello Studente cigolava, e le mura, già piene di crepe, sembravano dei varchi.

Il quadrato di detriti che raccoglieva i resti della Casa dello Studente era come nascosto dalle transenne di un cantiere, quasi come per un senso di vergogna.

Ricordo ancora di essermi avvicinata alle reti del cantiere che vestivano quello che rimase dello studentato, osservando che cosa si potesse intravedere da fuori: proprio in quell’area si leggeva l’intimità dei fuori sede, i loro vestiti lasciati lì a marcire, libri e sigarette ovunque, poster e fotografie semi strappati, computer, astucci, borse, cuscini e letti sfatti. Era come se l’universo universitario aquilano di quell’aprile 2009 fosse stato catapultato fuori. Il terremoto aveva lanciato ovunque le vite degli altri. Come un cannone che spara coriandoli, nel cortile di fronte allo studentato si potevano intravedere pezzi di vita lasciati al sole, finestre ancora aperte nella speranza che qualcuno passasse a chiuderle, una volta per tutte.

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