Postulato numero 1 dell’esame di merda: se qualcosa può andare storto, lo farà. Oh, se lo farà.

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L’unica incognita è: come si attuerà la catastrofe? Ecco una raccolta di alcune delle più frequenti tragedie accademiche, in cui di certo ritroverete almeno un po’ della vostra esperienza universitaria. Vi invito a ridere per non piangere.

Tipologia #1 – La corsa all’assistente

Talvolta, l’esito di un esame è affidato alla casualità, come il lancio di una moneta. Da un lato c’è l’adorabile assistente: idolo delle teenager e circondato da una luminosa aura angelica, è stato recentemente beatificato dalla Chiesa Cattolica Romana e ti offre gli orsetti gommosi prima di interrogarti. Di solito la sua domanda è: “Come ti chiami?” Se rispondi bene, prendi 30 e lode. Dall’altro lato c’è il professore bastardo. La leggenda narra che sia diretto discendente di Hannibal Lecter e dell’Idra di Lerna e che possa essere ucciso solo con pallottole d’argento.

Al professore bastardo facciamo tutti abbastanza schifo, ma accetta di fare il suo lavoro, un po’ perché necessita dello stipendio e un po’ perché gode come un riccio nel vedere il dramma e il terrore nei nostri occhietti da cerbiatti indifesi. Al momento dell’appello, inizia uno scambio intenso di sguardi in cagnesco tra gli iscritti. Palpebre socchiuse, sopracciglia inarcate e raggi inceneritori sparati dagli occhi accompagnano pensieri colmi d’amore e tenerezza, del tipo “L’assistente è mio, stronza!” oppure “E’ la quinta volta che faccio questo esame…stavolta il prof tocca a voi, bastardi!” Sarà la dea bendata a decidere a chi toccherà la sbornia di consolazione e a chi la sbornia di festeggiamento (in ogni caso, la serata alcolica è d’obbligo). Tuttavia, ricordate sempre: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. Quindi, se sei sfigato una volta, lo sarai FOREVER.

Tipologia #2 – Il peccato di tracotanza

A volte l’esame parte col piede giusto: il prof, per una volta, smette di farfugliare in uzbeko e fa una bella domanda chiara e comprensibile, l’interrogato esclama “Fuck yeah, la so!” e inizia a sfoggiare la sua immensa erudizione, mentre il docente annuisce compiaciuto. Tutto sembra filare liscio come l’olio, finché lo spavaldo (e un po’ idiota) studente, trasportato dall’entusiasmo e dal delirio di onnipotenza, non pensa “Minchia, quante ne so, sono un gran figo…ora lo sorprendo con effetti speciali” e decide di citare un altro argomento del programma.

No. Pessima idea, perché in questo modo si finisce inevitabilmente per dire una boiata. Questa raffinata arte si chiama “infilare il culo nelle pedate”. A questo punto il professore – che stava ormai continuando ad annuire per inerzia con la sua testolina – drizza le orecchie come un dobermann che ha appena fiutato una bistecca al sangue, comincia a guardarlo con l’aria da murena affamata e capisce di aver trovato una falla nel sistema, mentre coloro che assistono all’esame fanno partire cori da stadio come quando Baggio sbagliò il rigore ai mondiali.

E’ l’inizio della fine. Lo studente si rende conto di aver appena fatto un’ABNORME minchiata e parte una gara di arrampicata sportiva sugli specchi, mentre nella sua testa riecheggia la frase “Sono un coglione, sono un coglione, sono un coglione…”.

Tipologia #3 – Speriamo che non mi chieda…

L’espressione “Speriamo che non mi chieda…” è conosciuta anche come “l’anatema che uccide”. Grazie a questa formula di magia nera, è sicuro al 100% che il proprio tentativo di suicidio accademico andrà a buon fine. Il suo funzionamento è tanto semplice quanto letale: pronunciare (o anche solo pensare) la suddetta frase nella mezz’ora antecedente il proprio esame, assicura allo studente una morte lenta e straziante, con accanimento sul cadavere da parte del docente ed esposizione della salma al pubblico ludibrio.

Hai studiato tutto il programma e non hai ripetuto quell’unico argomento di scarso interesse, pensando ingenuamente che “non è importante, non lo chiederà mai”? Errore, immenso errore: per un professore universitario TUTTO (e sottolineo TUTTO) ciò che riguarda la propria materia ha un’importanza fondamentale e può cambiare le sorti dell’Umanità, anche se il suddetto insegna “Morbidi e cremosi ripieni” alla Facoltà di Scienze delle Merendine. Per lui, il ruolo della marmellata di carrube nella storia del Kazakistan è più importante della vita di sua madre, figuriamoci della tua. Quindi, attenzione: MAI e poi MAI pronunciare l’anatema che uccide, o la tragedia arriverà puntuale come un esattore delle tasse e il professore non si schioderà dalla domanda di merda finché non avrà spremuto le ultime gocce della tua anima e della tua dignità.

Tipologia #4 – Il ragazzo dell’esame accanto

Talvolta capita che il professore sia di buonumore. Arriva all’appello con il sorriso beato e beota di chi si è appena fatto una canna o di chi la sera prima si è visto concedere dalla moglie una performance sessuale dopo un lungo periodo di inattività. Sembra che niente e nessuno possano turbare questo stato di totale benessere e gli studenti sono ben lieti di ciò. Ma la disgrazia si cela sotto le innocue sembianze di una tipologia umana di cui io stesso – a mio modo – faccio parte: lo studente minchione.

Lo studente minchione ha tutto il diritto di essere minchione…per carità, chi sono io per giudicare? Costui ha tutto il diritto di arrivare in ritardo all’appello, ha tutto il diritto di avere dei rasta rosa shocking, ha tutto il diritto di puzzare ancora di vodka lemon dalla sera prima e ha il sacrosanto diritto di non sapere una benemerita cippa di ciò che il professore gli chiede. Sì, il minchione è del tutto libero di essere tale, ma NON SE E’ SUBITO PRIMA DI ME NELLA LISTA DEGLI ISCRITTI!!! No, questo non lo accetto, specialmente se si approccia all’esame con l’atteggiamento del “che mi frega raga, tanto non ho studiato un cazzo”. No. E sai perché? Perché così il prof perde la serenità acquisita, si indispettisce, poi si scoccia, quindi si arrabbia, infine si incazza pesantemente. E resterà incazzato per tutto il resto dell’appello. Amico minchione, io ti voglio bene, ma cerca di cazzeggiare in luoghi e tempi distanti dai miei esami, please. La mia situazione è già abbastanza disperata.


Tipologia #5 – Professore, la sento distante

E infine, arriva quella volta in cui hai studiato bene, il professore è tranquillo e ti fa una bella domanda, a cui rispondi in maniera corretta ed esaustiva. Tutto sembra andare per il meglio, finché a metà del tuo discorso non noti che il docente ha lo sguardo vitreo dei cadaveri ritrovati in mare aperto dopo una settimana dal decesso.

Provi a riportarlo nel mondo dei vivi suonando un gong e una trombetta da stadio, ma niente. Decidi di salire sulla cattedra e di abbassarti i pantaloni per tentare di riottenere la sua considerazione, ma ancora niente. Realizzi con sconcerto che il professore non ha ascoltato una sola parola di ciò che hai detto. Sconsolato, decidi di finire il discorso, sperando vivamente che sia almeno in grado di percepire qualche vibrazione della tua voce.

Una volta finito di rispondere, l’emerita testa di minchia si desta dal suo torpore, sbadiglia e trova il coraggio per dire “Va bene, però lei ha dimenticato di dirmi questo, questo e questo”. No, immenso ammasso di letame, io ho detto tutto. Sei tu che hai deciso di pensare agli affaracci tuoi proprio durante il mio esame. E se provi timidamente a farglielo notare, lui risponde “io non ho sentito nulla”. Certo, questo perché nella testa hai più cerume che cervello. Possa tu bruciare all’inferno insieme a tutta la tua stirpe.

Lasci l’aula con un voto sul libretto molto inferiore a quello che ti meritavi, ma, in compenso, la temperatura corporea, la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca hanno raggiunto livelli stellari.

5 tipologie d'esami finiti in tragedia

SunOfErat @ Wikipedia

Concludo riportando una frase pronunciata da una mia saggia amica e che rappresenta una grande verità per tutti noi, nell’affrontare ogni esame della nostra carriera universitaria e della vita in generale:

“Nessuna pianificazione, per quanto attenta, potrà mai sostituire una bella botta di culo.”

Amen.


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