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Sono partita per L’Aquila il 15 aprile, in una primaverile mattinata di pioggia. Il cielo era grigio per gran parte del viaggio e le gocce d’acqua hanno continuato a sbattere insistentemente sui vetri della macchina per molte ore. Pensavo a quali sensazioni avrei provato ad arrivare in quella città tre anni dopo. Pensavo a cosa avrei potuto percepire di quello che rimane di una città che sembra sotto assedio.

Il pensiero ricorrente però, ancora prima di arrivare, finiva sempre lì. La Casa dello Studente. Mi chiedevo continuamente come avrei reagito nel vedere dal vivo quelle macerie, intrise di lacrime e di colpe.

Arrivo a l’Aquila

Arrivata in Abruzzo, un sole timidissimo si è affacciato sopra di noi. L’Aquila era un’incantevole città universitaria, uno scrigno racchiuso tra le montagne del Gran Sasso, imbiancate di neve. Piena di voci, di gente che parla, che ride, che urla, che chiama. Il boato del crollo del 6 Aprile 2009, in quella fredda notte primaverile, ha cambiato tutto. Ha imposto un silenzio difficile da comprendere. Soprattutto in una città popolata da studenti.

Studentato L'Aquila - Zona Rossa - 4Qui, nel capoluogo abruzzese, studiavano in molti. Persone provenienti da ogni parte del mondo. Come molte città universitarie italiane, L’Aquila non possedeva, evidentemente, strutture adeguate per ospitare studenti. Soprattutto fuori sede. La Casa dello Studente, divenuta immediatamente emblema di questo dramma tutto italiano, è stata lasciata “sola” in quella notte. E con lei, sono stati abbandonati gli studenti che abitavano le sue stanze. Le indagini in corso, hanno provato a ricostruire il difficile e complicato mosaico che riguarda il crollo di questo edificio.

Cosa è successo

Vivevano lì centoventi studenti. Chi studiava lì? Ragazzi normali che spendevano la loro energia per terminare o per cominciare un percorso di vita, per meritarsi un posto nel mondo, da qualche parte. Ci sono voluti tre giorni per estrarre i corpi di otto ragazzi rimasti schiacciati dalle macerie, dentro la Casa dello Studente di via XX Settembre 46, ora Zona Rossa.

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Marco. Luciana. Hussein. Angela. Francesco. Luca. Alessio. Davide.

Di fronte a quell’edificio che sembra piangere ho provato molti sentimenti, forse perché anche io sono una studentessa universitaria. Dolore. Rabbia. Stizza. Tanta tristezza. Com’è possibile che uno studentato per fuorisede si sgretoli come un vaso di terracotta? Chi vive in via XX Settembre 46 ha vinto una borsa di studio per meritarsi una piccola stanza all’interno di questo complesso. E com’è possibile che in una notte tutto si distrugga? Sogni. Desideri. Vita.

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Secondo la relazione dei periti nominati dal pubblico ministero della Procura della repubblica dell’Aquila, il crollo dell’ala nord dell’edificio sarebbe dovuto in parte al terremoto ma anche a una serie di difetti e di carenze in fase di progettazione ed esecuzione dei lavori.

Appesi al muro, da fuori, si possono ancora intravedere poster e fotografie. Osservare quelle stanze sgretolate, private dei muri, delle voci, delle risate di ragazzi della mia età  è qualcosa che non si può raccontare. Vedere quello che hanno lasciato. Pensare continuamente che lì hanno perso tutto e che ora si stanno perdendo la vita.

Quello che resta

Di quella città umiliata restano vie semideserte, esercizi commerciali chiusi, animali soli che vivono abbandonati nel centro storico e cumuli di macerie ai bordi delle strade.

Studentato L'Aquila - Zona Rossa - 5

Sono passate 26.520 ore e agli studenti che restano è rimasta una Zona Rossa, desolata e difficilmente percorribile, con fiori di plastica e fotografie appese. E sulla parete esterna di un edificio adibito ad aule studio, una scritta sulla facciata principale “Ti amo da morire. Max”.

Anna Frank aveva scritto “Non penso alla miseria, ma alla bellezza che rimane ancora”. Pensiamo alla bellezza che rimane ancora.


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