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Ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati in cima. La nostra ultima scalata fu quella verso il Preikestolen, il promontorio di 604mt annoverato fra le prime trenta meraviglie al mondo. Dietro le spalle tanta gioia per l’esperienza vissuta e l’immancabile zaino anzi, backpack. Di fronte a noi la meraviglia più totale, quella del futuro dopo aver scoperto un mondo intero, ma anche tanta tanta malinconia per la netta sensazione di doverlo abbandonare proprio sul più bello. 

Celebrando la tristezza

Flags party at home

Flags party at home

Eravamo reduci da settimane interminabili di feste d’addio che ci avevano visti aggrapparci alla bandiera norvegese per fare una foto, rotolarci nel prato in mezzo ai palazzi dello studentato, continuare ad arrostire salsicce e salmone, bere, piangere, bere. Cantare! Hey Jude dei Beatles fu la vincitrice di un’infinita compilation, era la canzone che ci contrassegnava, che quando la intonavamo tutto l’isolato sapeva chi si aggirava da quelle parti. “Take a sad song and make it better” era probabilmente ciò che avevamo fatto per tutta la permanenza: avevamo reso speciale un posto tendenzialmente inospitale, forse poco divertente, sopravvivendo all’inverno e ai prezzi proibitivi. Sì, perché sono certa che quello che v’ho raccontato è una visione falsata di una città certamente magica, ma non così esaltante. La verità è che più di così non riesco a spiegarvi cosa ci è successo, perché tuttora ripercorrendo virtualmente i viottoli delle casette di legno colorato, le tratte quotidiane, le aurore, i mercatini, i disgeli, le nuotate…parte subito il magone. Quelle finestre senza persiane né tapparelle né tende, paradossalmente sempre aperte verso il mondo, quando la Norvegia fu da noi stessi ribattezzata “la bolla di sapone”: separata dalla realtà, in una dimensione di ovattata perfezione…ma dai contorni molto molto fragili. Come la vicenda Breivik aveva dimostrato, come il nostro stesso stato d’animo da donne incinte in preda a crisi ormonali evidenziava. Oltre al luogo c’era il gruppo: la tristezza di lasciarci era talmente grande che le sensazioni si annullarono.

Addio ai fiordi

Così ci ritrovammo in fila come giovani marmotte, per nulla attrezzati per una scalata di montagna (almeno per quanto mi riguarda ero in leggings e scarpe da jogging!) guidati da Laura, la nostra Heidi – veneta DOC – che ci insegnò come riconoscere gli omeni e parlare il linguaggio della montagna per orientarsi. Perlomeno indossavo impermeabile e k-way: la fortuna che mai ci abbandonò (come potrete ricordare nella puntata su Tromsø) ci portò pioggia insistente che rese le rocce su cui ci arrampicavamo scivolose come olio: è un miracolo che io sia ancora tutta intera, e soprattutto che sia stata in grado di salire fino alla punta, dove dallo strapiombo si gode della vista di tutto il Lysefiorden: indescrivibile. Lascio parlare la foto e la polaroid che una gentilissima ragazza ci scattò come ricordo. Ognuno aveva il suo ritmo di camminata, il freddo ci entrava nelle ossa e le bagnava: desideravamo solo tornare al rifugio. E invece avevamo deciso di campeggiare, avremmo dovuto montare le tende in uno spiazzo pieno di pozzanghere e moscerini malefici. Eppure nessuno osò lamentarsi o irritarsi e non per evitare litigi, ma perché…nessuno era davvero urtato dalla situazione. Sarebbe stato semplice quanto comprensibile anche solo per sfogarsi addossare la colpa a qualcuno, mettere il muso…invece scherzavamo tutto il tempo, così che ora a distanza di un anno serbo quelle risate e non il disagio.

Di fronte al Lysefjorden

Di fronte al Lysefjorden

…o un arrivederci?

Tornati alla base era ormai venuto il momento degli estremi saluti. Sì, che esagerazione, sembra un funerale. Eravamo assolutamente convinti di rivederci (e così è stato), ma questo valeva per noi italiani, al massimo per i vicini europei. E gli americani e i coreani che avevano passato tutto il loro Erasmus in giro per l’Europa per la prima volta nella loro vita? E Mariano, che se ne tornava a Buenos Aires? Gli altri continenti non sono dietro l’angolo, non ti ci porta un aereo lowcost sempresialodato. La sfiga assoluta fu che decisi di restare qualche giorno in più degli altri per permettere ai miei di venirmi a trovare. Immaginate la dolce famigliola che non ti vede da mesi e realizza il sogno del viaggio lungo i fiordi: tutto un friccico! Proprio quando io volevo letteralmente suicidarmi. Li scarrozzavo per Oslo, passeggiando lungo il porto, tornando con loro a Vigelandsparken, e ogni angolo era un deja vu lungo sei mesi, fatto di dieci, cento, mille persone. Come se non bastasse, il piano 7 del building 9, ormai vuoto, cominciava a riempirsi di nuovi inquilini: i ragazzi della Summer School. Arrivarono in squadroni proprio alla vigilia della mia partenza, mentre riempivo la valigia di maglioni e lacrime. Mia mamma, alle prese con la cena e in panico per le domande che le new entry le rivolgevano in lingue incomprensibili (che scene!) mi guardò dritta negli occhi lucidi e mi disse: “Cara, è proprio finita. E’ proprio tempo di andare via.”

La partenza di Cecilia

La partenza di Cecilia

La fine è il mio inizio

Il 27 giugno del 2012 fu uno dei giorni più brutti della mia esistenza. Dedicai gli ultimi minuti a prendere il sole sul balcone ammirando il profilo della città, persi lo sguardo nell’ultima foresta da ammirare durante il decollo dall’aeroporto di Rygge, sperimentando il vuoto che avrei sentito una volta tornata a casa. Io che a malapena ci volevo andare, che avevo sofferto non poco i primi mesi. Mi ritrovavo nella pubblicità delle crociere, ma al cubo: una volta tornati dall’Erasmus la ripresa è lenta, bisogna essere clementi con se stessi e anche gli amici e i parenti devono portare pazienza. Essere pronti ad ascoltare racconti infiniti, magari sempre gli stessi, non sentirsi rimpiazzati dai nuovi protagonisti della tua vita, non offendersi se qualsiasi attività o proposta sembra non avere paragone con ciò che si è detto e fatto nella nazione prescelta. “Di Erasmus si muore”, scrissi catastroficamente su Facebook in quei giorni. “Ma non si vive”, rispose una conoscente. Le rispondo ora, con una frase ricorrente degli ex: “Erasmus once, Erasmus forever”. E’ proprio così. Se hai il coraggio di aprirti completamente al nuovo che hai scelto, ma verso cui in un certo qual modo sei stato destinato, se hai la voglia di confrontarti con gli altri, questa esperienza ti stravolge e ti cambia, per sempre. In meglio, aggiungerei, perché ti fa sentire libero di essere te stesso fino in fondo, senza maschere, senza crearti un personaggio, come spesso accade a scuola e all’università. E soprattutto ti fa scoprire quant’è bello e grande il mondo, ti fa venir voglia di visitarlo tutto: ed è per questo che vi sprono a partire, come vi avevo detto dalla bocca di Mark Twain nel primo post.

È per questo che io, infatti, partirò presto, ancora una volta.


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