È bello pensare che appena finiremo l’università il mondo del lavoro ci accoglierà a braccia aperte ma sappiamo perfettamente che non sarà così: ci ritroveremo in una dimensione in cui – per dirla con Plauto – homo homini lupus (ovvero gli uomini combattono l’un l’altro per sopravvivere) e dovremo sgomitare per arrivare al nostro obiettivo. Questo vale anche e soprattutto se si sceglie di intraprendere la carriera universitaria perché quando, dopo anni di studi e sacrifici, ti rendi conto di non potere avere aspettative, ti ritrovi di fronte ad un bivio: qualunque sia la strada che sceglierai avrai bisogno di tanto, tanto coraggio.

Il coraggio è quello che sicuramente non è mancato a Matteo Fini. Matteo Fini… Chi era ( o meglio chi è) costui? Classe ’78, Matteo Fini è stato fino a qualche tempo fa un ricercatore di statistica all’Università degli Studi di Milano. La mancanza di prospettive nell’ambito universitario lo ha costretto a intraprendere nuovi percorsi lavorativi. La sua esperienza all’Università è però un esempio di come il merito non sempre paghi.

Lì dove tutto è iniziato

Partiamo dall’inizio della sua storia: durante la stesura della sua tesi il suo relatore gli lancia la proposta di proseguire nella carriera universitaria. Associando nel suo immaginario la carriera universitaria ai portaborse che gratuitamente lavorano all’Università, non dà molto peso alla proposta, ma il suo relatore gli fa tenere qualche lezione e lui si accorge così che quell’attività gli piaceva molto. Inizia così la sua carriera universitaria, una carriera che avrebbe dovuto occuparlo nel fare ricerca ma che, come accade a tanti altri ricercatori, lo vede costretto ad occuparsi di fare didattica. Già in questo – mi chiarisce Matteo – si riscontra un’anomalia perché un ricercatore dovrebbe, come dice la stessa parola, occuparsi di fare ricerca. Il doversi occupare anche dell’aspetto didattico inevitabilmente toglie del tempo all’attività principale di un ricercatore e ciò comporta il fatto che persone a cui possibilmente non piace insegnare si trovino “obbligate” a farlo. Questa anomalia è un problema strettamente connesso, come mi spiega Matteo, al sistema italiano nel quale ricerca e didattica, malgrado siano lavori diversi, hanno carriere strettamente legate tra di loro.

Il sistema universitario visto dall’interno: l’esperienza di Matteo Fini [INTERVISTA]

Joonspoon @ Wikipedia

Una scelta coraggiosa

E qui arriva il bello perché, dopo anni di rinnovi di contratto, Matteo arriva ad un punto in cui inizia a porsi delle domande sul proprio futuro. Dopo l’ennesima offerta di rinnovo annuale Matteo, considerando che in Italia si può essere precari all’Università per un tot di anni (8 per la precisione) dopo i quali o vinci un concorso da strutturato o sostanzialmente non puoi fare nulla, rifiuta e decide di lasciare l’Università perché negli anni ha compreso che i concorsi li vinci se te li fanno vincere.

Oggi Matteo si occupa di formazione nel privato e prosegue la sua attività di ricerca nel campo dell’analisi statistica fuori dall’Università. Non solo: insieme a queste due attività coltiva anche quella la passione per la scrittura. Ha infatti raccontato l’intricato mondo universitario in un libro che, pur essendo pronto da circa un anno, non è stato ancora pubblicato. Perché? Qualcuno, dopo aver letto alcuni estratti pubblicati su Facebook, gli ha mandato una diffida. Il paradosso di questa vicenda sta nel fatto che nelle parti rese pubbliche non c’erano né nomi né riferimenti particolari: l’obiettivo di Matteo era raccontare un mondo di cui si sa poco, un mondo che non è solo quello, come si crede, dei “baroni”. Eppure qualcuno ha pensato che quel libro non dovesse essere pubblicato.

La storia di questo ex ricercatore, grazie all’articolo pubblicato dal settimanale Espresso, è diventata di dominio pubblico: in molti si sono ritrovati nella sua storia e lo hanno ringraziato per aver portato a galla la spinosa questione dei ricercatori italiani.

In attesa di vedere pubblicato il suo libro, Matteo sta già lavorando ad un secondo progetto editoriale: l’idea, ancora in fase di definizione, è quella di raccontare altre esperienze analoghe alla sua. Ha già un titolo “fighissimo” in mente che però non vuole far sapere per scaramanzia. Speriamo di poter leggere presto i suoi libri!