Dei numerosi crimini del gruppo terrorista sedicente Stato Islamico, variamente identificato dagli acronimi IS, ISIL o ISIS, inseritosi nei conflitti in Siria, in Iraq e, pare, in qualche modo, anche in quello libico, continuiamo a vedere il volto più sanguinoso e scioccante. La televisione, i social media, i quotidiani ci restituiscono ogni giorno immagini raccapriccianti di tagliagole incappucciati, esecuzioni sommarie, fosse comuni.

Le violenze dell’IS non si abbattono soltanto sulla popolazione civile, ma anche sui simboli e sui monumenti della millenaria civiltà mediorientale, specialmente quelli dell’Iraq, un Paese erede dei grandi imperi mesopotamici, la cui storia è sempre stata caratterizzata da incontri di culture e fedi religiosi diverse. In realtà mostrare sia la pulizia etnica contro le minoranze religiose e i musulmani dissidenti, sia la distruzione del patrimonio artistico serve all’IS per mettere in moto una macchina propagandistica che ha un duplice scopo: mostrare il lato più spietato e fanatico del loro regime e, allo stesso tempo, far passare in secondo piano il guadagno economico che ne deriva.

Gli attacchi al cuore del patrimonio culturale iracheno

In questi giorni l’IS ha messo in rete un breve video in cui alcuni uomini accappucciati devastano a colpi di picconi e martelli pneumatici il Museo della Civiltà di Mosul. Splendide e antiche statue e bassorilievi risalenti all’epoca assira, come i lamussù, bellissime sculture in pietra rappresentanti divinità benigne in forma di tori alati con la testa umana, vengono barbaramente scalfite e fatte a pezzi. La memoria collettiva è risalita subito ad una quindicina di anni fa: i grandi Buddha di Bamiyan in Afghanistan, deturpati irrimediabilmente dalle cariche di dinamite dei talebani. In realtà, quello del Museo della Civiltà di Mosul è soltanto l’ultimo, anche se forse il più grave, atto vandalico contro i beni culturali dell’Iraq.

Nel Luglio dell’anno scorso, oltre ad attaccare e distruggere un gran numero di luoghi di culto cristiani ed islamici, i miliziani hanno raso al suolo gli antichi mausolei dedicati ai profeti Giona e Daniele e a Seth, figlio di Adamo ed Eva, con le annesse moschee. Queste tombe erano mete di pellegrinaggio sia per i cristiani sia per i musulmani, ma non avevano il diritto di esistere perché considerate eretiche dall’ideologia dello Stato Islamico. Pare che soltanto un atto di ribellione della popolazione locale abbia impedito la devastazione del “minareto pendente” Al-Hadbah, simbolo storico della città di Mosul, al cui interno erano già state piazzate le cariche esplosive. Stessa sorte è toccata alla tomba di S. Giorgio, patrono della città di Mosul, e alla biblioteca cittadina, di cui non stati risparmiati neppure i rari testi antichi della cultura araba. Circa 8.000 libri dati alle fiamme.

L’attacco al Museo, peraltro, è stato preceduto da un altro video, in cui i militanti dello Stato Islamico mostrano il danneggiamento delle mura di cinta della città di Ninive, antica capitale dell’impero assiro e sito archeologico d’inestimabile valore.

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L’Isis depreda… l’Occidente compra

Se in video l’IS abbatte senza pietà tremila anni di storia, c’è una ragione ben precisa: al di là dell’aspetto ideologico, un bassorilievo o una statua di quelle dimensione è praticamente impossibile da trasportare e piazzare sul mercato nero dei beni artistici. Benchè si tratti di cifre approssimative, si stima che il ricavato che l’IS trae dal traffico di opere d’arte e reperti archeologi, provenienti in gran parte dall’est della Siria, si aggiri intorno ai 150 milioni di dollari. Sarebbe la seconda o terza fonte di reddito per lo Stato islamico, dopo lo smercio illegale del petrolio e la rapina dei patrimoni bancari nei territori occupati. Gli acquirenti più affezionati sono in larga parte occidentali: ai primi posti, troviamo Germania, Regno Unito, Svizzera.

D’altra parte, l’opera di spogliazione dei beni culturali dell’Iraq era già iniziata nel 1991, durante la Guerra del Golfo, a seguito della quale erano stati trafugati circa 15.000 reperti archeologici risalenti all’epoca babilonese, di cui soltanto 4.300 sono stati finora recuperati e restaurati. Comunque, grazie a questo parziale recupero, il 28 Febbraio scorso, in aperta sfida all’IS, il Museo Nazionale di Baghdad ha deciso di riaprire i battenti.

Mentre tutti noi – perlomeno, quelli di noi che hanno un cuore pulsante – assistiamo indignati e in preda allo scoramento al massacro di tanti civili innocenti e alla distruzione di un tesoro insostituibile che dovrebbe appartenere a tutta l’umanità, non possiamo fare a meno di chiederci se viene fatto abbastanza per colpire le fonti di finanziamento del’IS. Nel frattempo, l’Unesco ha finalmente sollecitato un intervento dell’ONU affinchè vengana protetti i siti archeologici dell’antica Mesopotamia.

Un progetto dell’Università di Udine

L’Italia, dal canto suo, può vantare un progetto, avviato dall’Università di Udine e finanziato dalla Cooperazione italiana allo sviluppo, che ha sede al Museo archeologico di Dohuk, soltanto ad una sessantina di chilometri dalla martoriata Mosul. Si tratta del “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive – Parten”, iniziato nel 2012, che fornisce una serie di corsi di formazione in materia di gestione dei beni archeologici, culturali e naturali, allo scopo di formare personale specializzato locale. Il direttore del progetto, Daniele Morandi Bonacossi, è intervenuto di recente in merito al video sul Museo di Mosul, assicurando che gran parte delle opere andate perdute fossero in realtà delle copie, mentre gli originali erano già stati trasportati in altro luogo, al sicuro. Spiega che il progetto dell’Uniud è partito anche con l’intento di promuovere “una diffusa coscienza pubblica riguardo a conservazione, protezione e restauro del patrimonio archeologico, che possan contribuire alla promozione del turismo e allo sviluppo socio-economico della popolazione locale”.

Attualmente gli sforzi del team di archeologici si stanno concentrando su la documentazione, protezione e valorizzazione del complesso idraulico monumentale realizzato dal re assiro Sennacherib, con lo scopo di irrigare l’entroterra di Ninive e portare l’acqua fino alla capitale. Con l’ausilio tecnologie digitali più all’avanguardia, sono in corso di realizzazione la documentazione e il rilievo di questo articolato sistema di irrigazione: 240 km di canali, dighe, acquedotti monumentali in pietra e rilievi rupestri rappresentati il sovrano e le principali divinità assire. L’elaborazione di un progetto di protezione e gestione di questo unico ed eccezionale sistema idraulico permetterà di presentare una proposta di inserimento dell’intero complesso nella “World Heritage Tentative List” dell’Unesco.

In questi giorni le devastazioni del gruppo Stato Islamico avrebbero coinvolto anche i siti archeologici di Hatra, Nimrud e Khorsabad. È notizia di oggi che il governo iracheno avrebbe richiesto alla coalizione internazionale di istituire una no fly zone per proteggere il patrimonio culturale dell’Iraq dagli attacchi dei jihadisti.

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