Il rapporto de “La buona scuola” sottolinea fin dalle sue prime battute il desiderio di riformare l’istituzione scolastica al fine di renderla luogo di sviluppo del pensiero critico dei ragazzi e di incremento della loro curiosità rispetto alla realtà circostante. Questo concetto si accompagna alla volontà di far presente che l’attuale governo non vede l’istruzione e la formazione come una voce di spesa per la Pubblica Amministrazione, ma come obiettivo di investimento per le sorti di questo Paese, e che lo scopo primario è quello di portare a compimento un progetto di ampio respiro, ambizioso, libero dal retaggio delle precedenti riforme. A dimostrazione del fatto che la scuola già da tempo si dedica a raffinare le capacità critiche degli studenti, vorrei condurre alcune personali osservazioni su certi punti della riforma che credo possano aprire scenari di riflessione ben più ampi.

Coniugare lo studio delle materie umanistiche alle richieste concrete del mondo del lavoro

Quello che salta subito all’occhio leggendo il rapporto è che un gran numero di pagine è dedicato agli aspetti legati alla razionalizzazione delle spese, alle modalità di assunzione dei precari previsti nel numero di 150 mila, al piano dei finanziamenti per gli interventi sull’edilizia scolastica, per altro non ancora attuato. Per ciò che concerne la didattica, cioè l’aspetto che più concretamente di tutti si occupa della formazione degli studenti, poche righe che criticano la fragilità del sistema di trasmissione del nostro patrimonio storico, culturale e artistico fino ad ora vigente: la nuova scuola si propone di valorizzare questi aspetti fondanti della nostra identità nazionale e della nostra cultura. “Bene!” mi direte, “e come?”, giustamente chiederete. In tutta sincerità non si riesce a capirlo. Di fatto, ciò che emerge dal rapporto, è la preoccupazione di incrementare le capacità di problem solving dei ragazzi attraverso un progetto di collaborazione tra scuola e mondo del lavoro e di sostegno a iniziative quali Erasmus+, orientate nella stessa direzione; più in generale, si mira a potenziare lo studio delle lingue straniere e la diffusione di competenze specifiche finalizzate all’utilizzo di strumenti digitali e dei canali comunicativi del web. Sono indubbiamente tutti aspetti positivi di questa riforma, che vogliono tener conto delle richieste dell’attuale mercato del lavoro schiudendo le porte degli studenti al più ampio ventaglio possibile di opportunità post-scolastiche.

L’“analfabetismo finanziario” e le specificità dei curricula

L’unica perplessità nasce dal fatto che tutto questo sembra un po’ stridere con il proposito di non attuare delle modifiche che rattoppino il sistema solo nell’immediato e, invece, di dar vita a un progetto di cambiamento lungimirante e duraturo. La riprova è che è l“analfabetismo finanziario” degli studenti italiani a destare l’attenzione del Miur, allarme che rende necessaria una modifica all’interno dell’ordinamento delle scuole secondarie di secondo grado al fine di valorizzare le discipline economiche: mi chiedo a scapito di chi e di cosa e a favore di quale forma mentis. Per quanto io stessa riconosca che l’assenza di materie quali “Diritto ed Economia” nel mio piano di studi liceali costituisca una lacuna notevole, ritengo che le priorità all’interno dei curricula scolastici siano altre, soprattutto quando nell’economia dell’orario settimanale le ore dedicate alle materie di indirizzo sono spesso ridotte al minimo: è eclatante il fatto che la Storia dell’Arte al liceo classico sia limitata a due ore di lezione a settimana e se è vero che l’intenzione del Ministero sia quella di valorizzare questo ambito del sapere e della formazione, allora sarebbe bene prima perfezionare il sistema vigente, e solo in un secondo momento introdurre elementi di innovazione quali lo studio di discipline economico/finanziarie, nel rispetto delle diversità degli indirizzi scolastici. Il rischio potrebbe essere quello di dar forma a un piano di studi che offra poco di tutto, e qualora anche questo poco fosse di qualità scadente, il risultato sarebbe di provocare solo confusione e disorientamento nella formazione degli studenti.

Riforma Giannini: spunti di riflessione

La spesa degli Esami di Stato

Un altro punto che proprio in questi giorni ha provocato vivaci dibattiti riguarda l’Esame di Stato e la composizione della commissione. Le dichiarazioni ufficiali in merito hanno voluto esprimere il desiderio di privare questo momento conclusivo della carriera scolastica dell’aspetto di un “giudizio divino”, per renderlo invece soltanto un atto di sintesi di un anno se non di un intero ciclo. Sul piano teorico questo principio potrebbe trovarci d’accordo, anche se credo che quel timore suscitato dall’Esame di Maturità sia sano e costruttivo ai fini di una preparazione adeguata; i dubbi riguardano piuttosto l’atto pratico in cui questo concetto astratto si sia andato a concretizzare, ovvero la decisione di costituire commissioni formate da soli membri interni ad eccezione del presidente. C’è da chiedersi se questa mossa sia dettata dalla buona fede e dall’avere a cuore la qualità di un momento così importante della formazione scolastica di ogni studente o se la preoccupazione sia quella di tagliare ciò che agli occhi di qualcuno può apparire “superfluo” come le convocazioni di commissari esterni, il cui ruolo è quello sacro di garantire l’imparzialità del giudizio finale e di vigilare affinchè le dinamiche dell’esame si svolgano nel rispetto delle regole: d’altra parte la stessa Giannini, in merito all’Esame di Stato, ha riconosciuto sia diventato un meccanismo oneroso dal punto di vista economico. Se così fosse, verrebbe tradito quel proposito iniziale circa la volontà di operare dei miglioramenti costruttivi non necessariamente asserviti alla logica della “spending review”.

Tagli e Università

Pochi giorni fa, in occasione di due giornate organizzate dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena e dedicate alla ricerca, il mio professore di Letteratura Italiana Contemporanea ha voluto dire la sua in merito alle attuali condizioni della nostra scuola. Con orgoglio affermava che il nostro sistema è invidiato da tutti i paesi europei e che durante la sua carriera non aveva riscontrato preparazione migliore negli studenti di quella offerta dalla scuola italiana. E’ stato un intervento toccante, perché ha espresso anche una sincera preoccupazione per le sorti di questa istituzione alla luce delle condizioni in cui versa in questo momento l’Università italiana dopo anni di politiche di tagli e di risparmio proprio dove, come tutti affermano, dovrebbero essere investite la maggior parte delle risorse. Sebbene le premesse di questa riforma siano buone, purtroppo è sintomatica di una realtà drammatica, cui sembra non interessi porre rimedio, il fatto esemplare che una biblioteca di una facoltà umanistica debba subire un taglio del 20/30% del suo patrimonio librario a seguito di un trasferimento dei locali dettato da esigenze di tipo economico: difficoltà materiali che mostrano di fatto un sincero disinteresse da parte delle alte sfere di qualsiasi colore politico.

Riforma Giannini: spunti di riflessione