Marzo 2012, neve perenne, ghiaccio duro come diamante. L’incubo delle prime prove intermedie. Nel circolo degli autori inglesi che mi stavano allontanando dalla dissolutezza Erasmus decisi di fuggire per la “cabin trip”.

Ovvero?

Un weekend in uno chalet di montagna isolato dal resto del mondo, nell’hinterland dei dintorni di Oslo, fatto di foreste incantate e luoghi incontaminati. Organizzata dall’ESN, quattro accompagnatori ci portarono nello chalet di proprietà stessa dell’università, Studenterhytta. Meeting alla stazione metro di Majorstuen dove avremmo riempito gli zaini di tutte le provviste di cibo e bevande che ci avrebbero sfamati nei giorni a venire. Ci avviammo per una ventina di fermate metro su due linee differenti, fino all’inizio di un irto cammino durato quasi tre ore. Da crepacuore e polpacci di roccia.

Durante la camminata, sovrastati da stalattiti e stalagmiti, nonostante il fiatone, ci raccontavamo la vita, conoscevamo gente nuova, fra cui la povera Tamara. Studentessa di Farmacia a Bologna, arrivata un mese dopo rispetto alla norma, aveva perso tutti i primi eventi che ci avevano permesso di incontrarci. Relegata ai suoi esperimenti in laboratorio, circondata quasi solo ed esclusivamente da norvegesi, curammo la sua disperazione prendendola sotto la protettiva quanto massacrante ala del clan degli italiani che rivoluzionò il suo triste destino.

Verso la baita

Verso la baita

 

Tutto quello che avevi sempre immaginato

Dopo l’interminabile esposizione al pericolo scivolate da trauma cranico, giungemmo finalmente a destinazione: un’enorme baita a due piani. Di sotto, una grande sala comune e caminetto con due giganti corna d’alce appese, divanetti in legno, seggioline stile “Biancaneve e i Sette Nani”: altroché pubblicità del Ciobar, mancava solo quello! Di sopra, le stanze: quattro letti a castello per ognuna e bagni in comune. Ma soprattutto: LA SAUNA! Di retaggio finlandese, è una tradizione adottata da tutta la Scandinavia ed era la promessa della serata, uno dei motivi per cui ci eravamo spinti tanto oltre. Una stanza in legno, come tutto il resto dello chalet, ma dotata di una specie di stufa con all’interno delle pietre focaie. Per aumentarne la temperatura bastava versarci sopra dell’acqua fredda: questo generava una maggiore emissione di vapore che rendeva l’aria più umida e rovente.

Ne avremmo usufruito a turno, prima le ragazze, poi i ragazzi, perché, ovviamente, la regola era quella denudarsi completamente all’interno della cabina. No, neppure un asciugamano intorno ai punti critici, un po’ perché eravamo sprovveduti, un po’ perché non era contemplato. Mah! Saremmo stati abbastanza stanchi ed ubriachi da non farci troppi problemi, e per rispettare ogni particolare saremmo pure usciti a rotolarci nella neve come mamma c’ha fatti, passando da 80° a -10°, con annesso rischio di arresto cardiaco. Che adrenalina, però!

La baita degli studenti

La baita degli studenti

 

Seri, anche quando si gioca!

Prima di questa follia passammo il pomeriggio suddivisi in squadre ad affrontare sfide improbabili: dal correre sul ghiaccio con i piedi avvolti in una busta di plastica al cercare di riempire d’acqua un catino intero servendosi di un cucchiaino. Queste piccole competizioni ci avrebbero permesso di assegnare i ruoli all’interno della casa: chi vinceva cucinava, chi perdeva puliva il bagno. Il Nord è democratico perfino quando si scherza! E poi passeggiammo per il bosco pur sapendo che potevamo perderci, ad ammirare il tramonto più arancione che io abbia mai visto.

Tornati alla base ci concedemmo una tazza di té bollente prima di cena, avvolti in pile e sciarponi di lana, morbidi calzettoni ai piedi di fronte alla vetrata che ci divideva dai possenti abeti che in lontananza disegnavano profili neri e sterminati. La perfezione dell’atmosfera fu ridicolizzata dal menu: vi aspettavate stoccafissi appesi in cucina e baccalà sotto sale? Ebbene, preparammo un esercito di TACOS messicani. Era usuale quanto comune per i supermercati di Oslo vendere dei kit con tortillas e salse a cui aggiungemmo carne macinata e verdure a gogò. Era l’unico modo per saziare in semplicità 80 stomaci inferociti e permettere a tutti di collaborare come piccoli chef. Li avremmo smaltiti sudando e ballando la solita musica che proveniva da casse improvvisate, stile festicciola di compleanno da scuole elementari. Fu tutto un giro di birre, e di una magica bottiglia di Martini di cui non ricordo la provenienza. Mentre fuori da quelle finestre a scacchi l’inverno continuava a respirare.

Il tramonto dalla baita

Il tramonto dalla baita