E venne il giorno.

Qualche mese fa ero una studentessa in crisi come tanti altri, che non sapeva dove sbattere la testa, intrappolata in una tesi senza fine – ma anche senza un inizio, visto che la simpatica signorina Rotterpallen a cui mi ero affidata aveva sempre bocciato tutti i miei tentativi di scrittura di una tesi che secondo me manco lei aveva capito cosa dovesse essere.

In un giorno di calda estate ho incontrato, grazie a Roberto, il fondatore di questo blog che mi ha inserito in redazione, dandomi la possibilità di raccontare le mie (dis)avventure.

Adesso, finalmente, posso raccontarvi il giorno più bello, più agognato, più piùato: il giorno della mia laurea.

A una settimana dal fatidico giorno (dopo aver passato un mesetto a grattarmi), avevo ripetuto la tesi molto alla cazzo approssimativamente sotto la doccia, tanto che pensavo di portarmela dietro come in quel film di Woody Allen in cui il tizio è bravissimo a cantare lirica ma solo quando si fa la doccia e quindi durante lo spettacolo ha la doccia portatile e si lava cantando.

Bene, a un paio di giorni dalla laurea mi hanno fatto rendere conto che sembravo una demente, e sotto consiglio di persone più intelligenti di me, ho deciso di scrivere quanto avrei dovuto dire, preparandomi così un discorso serio che durasse almeno cinque minuti.

Ho passato quindi questi due giorni in preda all’ansia a imparare quanto dovevo dire e a cercare di ripeterlo senza sembrare una perfetta cerebrolesa.

La sera prima del fatidico giorno, poi, mi sono messa in balcone con una sigaretta e Relax di Mika a ballare come se non ci fosse un domani.

È stato molto utile prendersi un momento per sé, abbandonare tutti i pensieri negativi e ballare in pigiama all’una di notte in balcone con la musica a palla. Ve lo consiglio, davvero!

La mattina del 26 mi sono svegliata con l’ansia, con gli occhi sbarrati dal terrore mi sono preparata e sono fuggita verso l’università, passando a prendere prima Roberto e Giada che mi hanno fatto compagnia (insieme a un’altra mia amica) per quelle tre-quattro ore in attesa del fatidico orario, le 15.

Portarsi gli amichetti e arrivare lì con un po’ di anticipo, il tempo di ambientarvi e rinunciare all’idea di fuggire e diventare un cacciatore di taglie, è un altro consiglio personale che vi do (certo, magari giusto un paio d’ore, io ho esagerato come al solito arrivando lì alle 12).

Più si avvicinava l’ora, più male mi sentivo. Non ho toccato cibo, giusto un po’ d’acqua, parlavo sempre meno e mi sentivo rimpicciolire ogni minuto che passava. Una cosa tremenda, vi giuro, per me che sono l’ansia fatta persona.

Pochi minuti prima incontro i miei colleghi/compagni di sventura, tesi anche loro, e notiamo che tutta la discussione avrebbe dovuto essere col microfono in mano. Dopo aver elencato tutti gli scenari apocalittici, con microfoni volanti (seguiti dal solito fischio imbarazzante), io volante (avevo paura di cadere anche se dovevo fare un passo e mezzo dalla sedia in cui ero a quella in cui sarei stata), arriviamo così al momento di entrare nell’aula, i candidati tutti in prima fila a guardare la commissione.

Va il primo, che si porta il cervello per un quarto d’ora, la seconda, che parla tranquilla per dieci minuti (in tutto questo io pensavo di essere spacciata, dato che mi ero cronometrata e il mio discorso arrivava al massimo a 4 minuti e mezzo). La terza ero io. Dopo aver soffocato vari attacchi di panico, chiamano il mio nome, mi alzo e mi seggo.

Qualcosa cambia.

Abbandono tutta l’ansia e l’insicurezza, mi metto lì a sentire la mia presentazione, sorridendo e tenendo forte il microfono, aspettando il mio turno di parlare. Incredibilmente, per quelli che mi sono sembrati sette secondi e mezzo, attacco a parlare in scioltezza. Certo, ogni tanto mi inceppavo ma sono stata brava a  nasconderlo, visto che tutti mi hanno fatto i complimenti per l’esposizione. Non so quanto sia stata lì, né cosa io abbia potuto dire, ma è filato tutto per il verso giusto, la commissione era soddisfatta, io ero presa da un coraggio mai provato prima e sarei stata pronta ricominciare da capo o a farmi portare un caffè e continuare lì quella magnifica conversazione da salotto sulla mia tesi.

Invece mi hanno rispedita al mio posto, hanno finito di sentire gli altri candidati, e si sono riuniti per mettersi d’accordo sui voti.

Nel frattempo io sono fuggita a fumarmi una benedettissima sigaretta, ma arrivata quasi a metà sento qualcuno che grida “vai che sono già tutti dentro!” ed, effettivamente, c’erano tutti i candidati in piedi davanti la cattedra, col presidente di commissione col microfono e il foglio.

Fuori di Tesi #9: e venne il giornoIn stile Benni Hill, lancio la sigaretta e corro verso il mio posto, con tanto di mezza scivolata finale e posa sull’attenti come se nulla fosse.

Il presidente alza gli occhi, mi guarda e mi dice ‘dov’è stata?’, io sorrido a trentadue denti e dico ‘qui, lì, sono qui!’. Un’idiota, una completa idiota.

Arriva quindi il momento più bello: chiamano il mio nome, faccio un passo avanti, e sento ‘considerando l’ottimo esame perseguito in questa sessione e considerando il suo curriculum accademico, la proclamiamo dottoressa in tecnica pubblicitaria con la votazione di…

(Che c’è? Lo volete sapere? Ma non è un numero che fa la differenza!

Okay, okay, centouno su centodieci.)

Dopodichè applausi, urla, cori da stadio, imbarazzo al 900% e poi tutti fuori a festeggiare! Baci, fiori, corone d’alloro che sembravamo finiti nel girone dell’inferno riservato a Dante, con tanti Dante che leggono la divina commedia, foto, abbracci, urla… insomma, il mio cervello è entrato in una fase di PIIIIII (encefalogramma piatto, ndr) dopo aver sentito che mi avevano chiamata ‘dottoressa’.

E questo è quanto. È stato un giorno bellissimo, stancante, pieno d’ansia, ma la soddisfazione di quel giorno è una di quelle cose che vi resteranno impresse nella mente a vita.

Perciò forza, cosa aspettate?

Correte a laurearvi e a farvi chiamare ‘dottore’ da chiunque!

Fuori di Tesi #9: e venne il giorno