Non solo divertimento, dicevamo.

Fra le stranezze dell’inaspettato oltremare del nord, una delle occasioni in cui più me la spassavo era…il corso di lingua norvegese. Avevo già sprecato qualche pomeriggio su youtube a cercarmi dei tutorial per farmi un’idea. Trovai questo video di un ragazzino geniale che mi terrorizzò ed incuriosì allo stesso tempo. Così, vista la partecipazione facoltativa, nonostante l’apparente inaccessibilità di quelle lunghe ed impronunciabili parole composte e tutte le vocaline barrate, con dieresi, dittonghi e chi più ne ha più ne metta, decisi che potevo sottopormi a questo sacrificio e tuttora ringrazio me stessa per aver accolto questa sfida!

A LEZIONE

Ore 16, buio pesto. Arrivavo a lezione puntualmente in ritardo (!) con la metà degli esercizi che avrei dovuto fare, il libro in formato pdf pur di non spendere altre corone. Ma c’era sempre qualcuno più in ritardo di me…che il libro non se lo portava proprio, forse neppure sapeva di che colore fosse la copertina. Un mito che mi conquistò subito, ovviamente. La nostra comunella venne naturale, non c’era bisogno di presentarsi visto che, nonostante fossimo una ventina, la nostra bellissima, biondissima e giovanissima professoressa aveva imparato gli strampalati nomi di tutti dopo neanche una settimana.

Sguardi di disperazione, battute sulla pronuncia bizzarra, suggerimenti sottovoce: io ed Ana, questa spagnola completamente matta che ora è una delle più care amiche che ho, creavamo scompiglio fra la diligente attenzione dei coreani che capivano meno di noi e lo sbruffare dei tedeschi che si annoiavano perché sapevano già tutto (il norvegese è un perfetto mix fra tedesco ed inglese, solo con qualche vocale in più!). Due clown e un teatrino che dopo un po’ di tempo prese la giusta confidenza tanto che un pomeriggio fummo sgridate di fronte alla classe come due bimbette dell’asilo. I rimproveri mi imbarazzano, ma quello mi umiliò nel profondo, mi sembrava di aver violato il rigore norvegese, quell’educazione ferrea quanto rispettabile che forse è il segreto della loro perfetta funzionalità quanto l’unico vero difetto che un europeo del sud può contestargli.

CHI L’AVREBBE MAI DETTO!

Insomma, a fine lezione quel giorno volevo scappare a testa bassa e con la coda fra le gambe, ma quella sfacciata di Ana si avvicinò alla prof chiedendole scusa a nome di entrambe. La Venere dei fiordi ci guardò coi suoi occhi ghiaccio e si sciolse in un sorriso, confessandoci che facevamo ridere anche lei. Aveva vissuto in Spagna per alcuni anni, viaggiato spesso in Italia per lavoro, e non riusciva a raccapezzarsi di come noi potessimo trovarci bene ad Oslo, fredda non tanto per il clima quanto per l’umanità. In effetti storcemmo un attimo il naso ammettendo una certa nostalgia del calore a volte eccessivo delle nostre patrie, era ciò che ci mancava davvero…insieme al cibo. Eppure con nessun professore in tutta la mia carriera scolastica ed universitaria ho potuto avere un simile scambio di opinioni costruttivo ed antropologicamente interessante, perché nessuno mai, nei nostri adorati caldissimi Paesi, ci ha mai considerati prima persone poi allievi e numeri.

HVA HADDE LYST TIL Å BLI DA DU VAR LITEN?

Cosa sognavi di fare quando eri bambino?  Questo il modo norvegese per chiedere “cosa vuoi fare da grande” perché i desideri sono importanti e vanno differenziati da quello che pensi di fare ora che puoi continuare a sognare, ma con una consapevolezza diversa (tanto che esiste un vocabolo apposta: drømmejobben, dream job, “impiego dei sogni”).

L’apertura mentale della prof e il suo occhio di riguardo nei confronti della sgangherata coppietta del Mediterraneo creò un clima familiare e proficuo che trasformò la tipica lezione per imparare i vocaboli relativi alle professioni in una sorta di evento. Divise la lavagna in due, a turno ci interpellò per rispondere all’una e l’altra domanda, in inglese, per poi tradurre in norvegese. Fotballspiller, vitenskapsmann, frisør, astronaut (calciatore, scienziato, parrucchiera, astronauta) questa era la prima improbabile colonna. Lege, advokat, ingeniør, psykolog (medico, avvocato, ingegnere, psicologo): la seconda, più reale.

Journalist, Journalist. Giornalista: in entrambe, ovunque, da sempre: ero l’unica in una classe di venticinque persone che non aveva cambiato idea crescendo. La professoressa si complimentò, i miei compagni non riuscivano a crederci. Ana mi disse: “Tu sei più matta di me. Io devo chiacchierare con te”: fu la prima volta che mi rivolse seriamente la parola. E quella sera, attraversando i viottoli deserti della città universitaria, ci conoscemmo davvero, grazie a questa lingua astrusa, questo popolo sensibile quanto distante dal nostro essere. Continuammo ad imparare giocando, convinte di non passare l’esame. E invece andò, anche se oggi è un’esagerazione poter dire che “Vi snakker litt norsk”, parliamo un po’ di norvegese!

La bandiera norvegese

La bandiera norvegese