“Non è il solito Erasmus in Spagna”: una frase che abbiamo ripetuto un sacco di volte per darci un tono di fronte a chi tuttora si rivolge con sorpresa ed ammirazione alla nostra scelta atipica, ma la verità è che noi la ribadivamo a noi stessi per non prendere un aereo e andare a devastarci a Barcellona (siamo arrivati a pensare di fuggire ad Alghero: con tutto il rispetto per la meravigliosa Sardegna, fatevi un’idea della disperazione).

Bere per dimenticare?

Un tipico kitchen party

Un tipico kitchen party

Il problema principale era l’assenza di alcol. Sì, siamo persone perbene e “ci divertiamo lo stesso anche senza bere”… Come dicono gli americani: “Bullshit”: CAZZATE. Non andiamo alle riunioni degli alcolisti anonimi, ma sorseggiando… Ci si diverte meglio! L’astinenza c’era. In questi Paesi super civilizzati anche l’alcol è sotto il monopolio dello Stato: piccolo problemino, è come essere sotto il proibizionismo. Per comprare alcolici devi esibire il tuo documento d’identità, e soprattutto ci sono delle fasce orarie ben precise, che diventano ancora più brevi paradossalmente nel weekend: insomma, tutto architettato alla perfezione per evitarne il consumo. Cazzate anche queste, perché i norvegesi hanno abbastanza soldi da scialacquare in cocktails fatti male, a differenza nostra che ci limitavamo ad ubriacarci di birra del supermercato (e ce ne voleva tanta) perché non potevamo permetterci la vodka.Sì, sfatiamo un altro mito: forse in Russia te la tirano dietro, ma in Norvegia la vodka è un bene di lusso (40€ per una bottiglia di Absolut.)

Poi, la svolta. Viaggiare significava visitare un Paese nuovo al mese, quindi avere accesso al DUTY FREE. Il mondo di bengodi. Mai frequentato un duty free in vita mia prima di quel momento. Non dover pagare le tasse risultava essere un vantaggio soprattutto in quei Paesi, come la Svezia e la Danimarca, che già vendevano a prezzi ribassati. Da allora in poi, ogni persona che si recava al di fuori dei confini norvegesi portava dietro un regalino etilico per il bene dell’intera comunità.

Fenomenologia delle feste in studentato

Un tipico kitchen party

Un tipico kitchen party

Così i famosi “Kitchen Parties”, ovvero le feste nelle mini cucine degli studentati assediate – nei casi più epici e memorabili – anche da cinquanta persone tutte in una volta, presero una piega diversa. Poi c’erano i “Basement” o “Laundry Parties” le feste organizzate nei seminterrati degli studentati che dove di solito si trovavano le lavatrici. Luoghi che non avevamo il diritto di occupare, particolare di poco conto considerando l’appetibilità degli spazi più ampi. Leggendaria fu…la mia festa di compleanno, devo ammetterlo. Una settantina di persone di cui conoscevo a malapena la metà. Organizzazione disastrosa, musica anni ’80 diffusa tramite due misere casse collegate al computer, ovviamente sopraffatta dalle voci della folla, quelle stesse che mi cantarono in coro “Happy Birthday” tagliando una ciambella allo yogurt. Non mi sono mai divertita tanto, e la gente continuava inspiegabilmente a ringraziarmi nei giorni avvenire per la bellissima serata. Incredibile quanto poco ci volesse per essere contenti.

Il mio 22esimo compleanno ad Oslo

Il mio 22esimo compleanno ad Oslo

Nella maggior parte dei casi, però, queste feste erano dei pre-parties, ovvero un modo per “scaldarsi” prima di andare a ballare altrove. Non so se Oslo sia piena di discoteche, so solo che non le ho mai frequentate tanto in tutta la mia esistenza. Dalla fricchettona un po’ radical chic che si ricerca i posti fighi poco frequentati, mi sono trasformata nella peggiore delle tamarre che sale sul cubo a ritmo di Oooh sometimes, I’ve got good feeling, yeah!, proprio quando fino a pochi mesi prima la sensazione non era buona per niente, e credevo saremmo stati condannati a scatenarci fra le nostre quattro mura per il resto della permanenza.

Guida ai locali di Oslo. Anzi, ai “nostri posti”

Invece no, i posti c’erano e le serate scandirono un calendario settimanale a cui era impossibile sottrarsi. Primo fra tutti: l’Horgan’s, a pochi passi dalla residenza reale, in pieno centro. L’ingresso gratuito del giovedì sera ci ha visti spesso in fila per giungere in un semplice seminterrato di dimensioni non troppo superiori a quelle delle nostre cucine. Musica solita, la prima volta abbiamo storto il naso, la seconda abbiamo mosso qualche passo…alla terza c’abbiamo preso gusto (e tutte le altre non ho dita sufficienti per contarle!)

Unico impedimento: il ritorno. La chiusura delle discoteche di Oslo è fissata inderogabilmente per tutte alle 2:30/3 del mattino. Sì, proprio quando iniziavi a divertirti. Non esiste il cornetto dell’alba, tutt’al più un hamburger a 10 corone (1,20€) (avremmo fatto anche quello, dormendo in uno dei fast food della città per aspettare la prima metro delle 5:28, ma era maggio, e la temperatura permetteva di fare i barboni brilli in giro per la città). Gli autobus notturni circolano solo di venerdì e di sabato, l’ultima metro, per il resto della settimana, è a mezzanotte e mezza. Così eravamo costretti a prendere un taxi, e visto quello che vi racconto da ormai cinque puntate, vi lascio immaginare quanto potesse costare. Fissare il tassametro era il metodo migliore per farsi passare la sbornia: aumentava veloce, velocissimo! Il punto è che loro potevano pure essere norvegesi, ma…noi siamo pur sempre italiani, e spagnoli, e francesi, e argentini. Così riempivamo le macchine in 4 e patteggiavamo un prezzo per farci portare fino al primo studentato, Sogn, il più vicino. A quel punto quelli di Kringsja (l’altro) pregavano in ginocchio di allungare la corsa di un paio di kilometri senza dover pagare. Geniale. Mai nessuno li ha lasciati per terra nel gelo notturno.

La prima metro del mattino

La prima metro del mattino

Poi c’era lo Yatzi, in una traversa di Karl Johans Gate (la via principale) alla serata del venerdì sera. A volte a ingresso gratuito, altre sulle 25kr (4€), essendo molto simile all’Horgan’s, anzi, leggermente peggio sul versante musicale (e ci voleva coraggio!) abbiamo iniziato a snobbarlo dopo il primo mese. Eppure è lì che trascorremmo la nostra prima indimenticabile uscita di gruppo, passando una parte del tempo a piantonare la porta del bagno in cui una di noi perse l’anima vomitando per l’intera serata, ma questi sono ricordi delicati su cui ancora…ridiamo senza ritegno.

Abbiamo accettato di tutto, ma se c’è un locale in cui andavamo solo sotto tortura era il Law Pub: la discoteca degli studenti di legge. Date libero spazio alla vostra immaginazione sulla fighettagine che si atteggiava su divanetti di una certa importanza: AIUTO. Noi che andavamo in pista con gli Ugg ai piedi e nonostante tutto rimorchiavamo un sacco di norvegesi per le nostre folte chiome castane e le nostre stature mignon, lì ci sentivamo delle nullità estreme. Guardate dall’alto in basso, e spesso derubate al guardaroba, la musica continuava a peggiorare. Bocciato.

Una sferzata di novità la portò il Justisen, in primavera. Più vicino alla Stazione Centrale, questa discoteca sembrava un ex Saloon, con le balconate in legno che davano su un cortile centrale in cui si poteva liberamente ballare. Noi abbiamo sempre preferito le sale, due separate, di cui una trasmetteva la musica in differita, come fosse un canale+1. Siamo su un altro livello, quantomeno più scherzoso. Diciamo che è lì che ho riballato la macarena dopo almeno dieci anni. Pur ripromettendoci di sperimentare, è al Justisen che avremmo fatto ritorno quasi ogni weekend fino alla nostra partenza, ed è in assoluto uno di quelli che più mi manca fra i “nostri posti”.

Nelle serate in cui avevamo voglia di cambiare saremmo anche finiti in un divertentissimo locale gay, in qualche discopub di Grunerløkka (il quartiere alternativo che vi ho citato nello scorso post), ma, per quanto non ci avrei mai scommesso neanche se me l’avessero preannunciato, siamo stati tendenzialmente abitudinari, legati a quei locali forse discutibili, ma che sembravano speciali perché noi, vivendoli tutti insieme, li abbiamo resi tali.