L’ultimo o il primo giorno della settimana – dipende dai punti di vista, e per quello norvegese era il primo! – ad Oslo non è quasi mai stato il giorno del relax, della pigrizia, quello che grazie al cielo esiste per riprendersi dalla baldoria del sabato sera (visto che il nostro devasto si è sempre concentrato fra giovedì e venerdì). Era, certamente, il giorno in cui FORSE sarebbe stato il caso studiare e recuperare qualche assignment mancato prima di riprendere le lezioni, ma…

Che ve lo dico a fare?

Le opportunità per svagarsi e soprattutto per esplorare la città, straordinariamente GRATIS, erano troppe per restare in stanza! Prima di tutto le visite guidate organizzate direttamente dall’università a cui qualche volta avrei partecipato. Un po’ noiose, devo ammettere, ma spesso utili per scoprire direttamente dai norvegesi qualche curiosità che diversamente non saremmo mai venuti a sapere.

Un modo alternativo di trascorrerla

La mia prima domenica ad Oslo, però, iniziò con un compito…svolto in compagnia. In realtà la definirei un’impresa titanica…

Come vi ho già raccontato, gli studentati erano impeccabili, ma quanto alla loro pulizia, l’università di Oslo lasciava TOTALE responsabilità agli inquilini dell’appartamento. Lo scrivevano nero su bianco su schede plastificate appese su ogni porta…insieme al divieto alquanto bizzarro di “gettare i rifiuti dalla finestra”! Beh, sì, forse a farlo dal settimo piano ci trovavano più gusto che andare al cassonetto, o sarà stato per il freddo! Insomma, fra un passaggio e l’altro di studenti scalmanati che si davano il cambio ogni semestre, potete immaginare quale fosse il campo di battaglia. Registrammo carcasse di ortaggi, cartoni di latte marcio, bottiglie mezze vuote di salse indecifrabili, uova abbandonate dall’ignota scadenza, per non parlare dei cadaveri ormai irriconoscibili nel congelatore. Un vero e proprio sterminio! Ma la squadra delle mie coinquiline, guidata dalla tedesca Judith che, nel corso dei mesi, avrebbe sempre svolto il ruolo della signorina Rottermeier, decise che era il caso di PULIRE.

Passatemi il termine, per fortuna mi andò decisamente di culo: il mio compito era togliere le incrostazioni dai fornelli e far resuscitare il forno. Niente a che vedere con chi ebbe a che vedere con l’acqua stagnante nell’ultimo cassetto del frigorifero! Non vi dico di che colore fosse!

La ricompensa

Il mercato delle pulci di Grunerløkka

Il mercato delle pulci di Grunerløkka

Dopo una sfida simile, meritavo un premio, così raggiunsi gli altri al Museo Nazionale, il cui ingresso, la domenica, era gratuito. Ci saremmo tornati spesso, fino ad imparare a memoria le opere inaspettatamente belle della galleria, fra cui trionfava la sala dedicata a Munch, con una delle mille versioni dell’Urlo disseminate in tutto il mondo.

Vista tutta questa clemenza, la domenica era spesso il giorno in cui lasciavamo respirare i nostri portafogli fino a concederci un caffè espresso per la modica somma di 2,50€, che non fosse quello delle nostre moke che ci avevano fedelmente seguiti fin dall’Italia, ma facevano delle ciofeche messe a bollire sulle piastre elettriche delle cucine norvegesi (le uniche disponibili). La passeggiata domenicale in primavera prese tappa fissa a Grunerløkka, il quartiere più alternativo della città, che nella piazza principale allestiva un adorabile quanto a tratti inquietante mercatino delle pulci. Solitamente ci fermavamo a prendere un cappuccino (addirittura, sì!) e una skillingboller la tipica brioche zucchero, miele e cannella (oddio, quanto mi manca!). Dovevamo, però, stare molto attenti agli orari di chiusura: inizialmente saremmo spesso rimasti chiusi fuori dalle saracinesche che si abbassavano alle 16. Sì, beh, più che di un pomeriggio si trattava di un frettoloso dopo pranzo che spesso consisteva in un tristissimo panino (dov’erano i sughi succulenti della mamma???). In questo modo, però, avevamo tutto il tempo per tornare a casa, propria o altrui, per cenare ed essere in tempo per le 20:30 al Blå.

Il pezzo forte

…il BLÅ! Ci era stato segnalato come la terra promessa, uno dei pochi locali diversi dalle discoteche dove avremmo potuto recarci senza pagare una corona, per vivere, per giunta, una delle esperienze più belle della nostra permanenza: il concerto jazz-blues dei Frank Znort Quartet. Ingresso libero (permesso solo ai ragazzi dai vent’anni in sù, mah!) e consumazione non obbligatoria, saremmo diventati gli affezionati fissi di ogni settimana sotto quel palco su cui più di dieci artisti eccezionali si esibivano con canzoni proprie e cover, creando un’atmosfera unica, coinvolgendo il pubblico con un vero e proprio spettacolo. La pausa delle 22 spesso ci metteva voglia di farci spillare una bella bionda media, ma riuscivamo a desistere per ascoltarli ancora fino a mezzanotte e poi volare dritti verso l’ultima metro. Andavamo a nanna col cuore pieno di una città il cui modo di vivere ci entrava dentro silenzioso, come la neve che lieve continuava a cadere.

il BLÅ

il BLÅ

E proprio di domenica…

Il mio primo tg a OSTV

Il mio primo tg a OSTV

Le sorprese non finiscono ancora. Proprio di domenica, qualche tempo dopo, andai a fare “un colloquio”. In realtà fu un informalissimo dialogo con le direttrici di Oslo Student TV, la web tv universitaria che, come ogni semestre, cercava collaboratori. Non è esatto dire stagisti e non consisteva in un’occasione che mi ero particolarmente guadagnata per le mie capacità, anzi, l’Università ci aveva buttati nelle braccia delle sue organizzazioni perché ritenevano opportuno che occupassimo il nostro tempo libero con altre attività che privilegiassero i nostri interessi.

Combattuta fra la possibilità di unirmi alla tv o alla radio, ero passata da un contesto in cui dover pregare in ginocchio per ottenere un tirocinio che assomiglia più allo schiavismo, ad un mondo che aspettava solo la mia decisione. E fu così che entrai nel gruppo del piccolo schermo, dopo sole 3 settimane dal mio arrivo. Ricordo ancora la soddisfazione infinita mentre tornavo in metro con i norvegesi che mi guardavano male…non per il sorriso stampato sulla faccia, ma perchè ero l’unica senza abbigliamento aderente e sgargiante e sci alla mano.

Strani sì, ma straordinari!